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Cartoni animati giapponesi brutti

Cattura

Sono un appassionato di anime anni ’80/’90 (che quelli della mia generazione chiamavano semplicemente “cartoni animati giapponesi“) ed ero a conoscenza del fatto che alcuni dei più famosi titoli seguiti all’epoca in tv da noi bambini, nacquero in realtà parecchi anni prima.

Ma non credevo così tanto prima!

Fatto sta che l’altro giorno mi è capitato di rivedere una puntata di “Mimì e la nazionale di pallavolo” e sono rimasto letteralmente di merda! Non me lo ricordavo così. Così “di legno”, intendo!

Mi sono chiesto chi caspita riuscisse a guardare una cosa del genere negli anni ’80!!

Quasi tutti! E lo ammetto, pure io lo guardavo ogni tanto. Sinceramente non mi perdevo un solo cartone animato all’epoca, solo che Mimì me lo ricordavo un po’ meglio di così. Da bambino mi sembrava un cartone normale, attuale. I colori spentissimi (ed è stato pure restaurato), la tristezza nei volti dei personaggi, la storia di una stanchezza inverosimile, tempi stramorti, musiche tragiche (a parte la sigla in italiano cantata da Georgia Lepore, che però risale agli anni ’80, quindi non fa testo). Insomma, veramente una brutta impressione. Ha la stessa tristezza e quel sapore amaro dei filmati  girati in Corea del Nord con protagonista Kim Jong-un. L’atmosfera è quella.

E non sono uno snob! Credetemi che ho l’occhio allenato per certe cose vintage. Mi sparo abitualmente qualche vecchia serie, che conservo con amore in un hard disc esterno. E le amo e le apprezzo tutte ancora oggi come un tempo! 

Pochi altri cartoni animati giapponesi sono riusciti a farmi rimanere così di merda. Un altro esempio è “I bon bon magici di Lilli“. Stessa cosa. Inguardabile.

Così sono andato alla ricerca dell’anno di nascita di entrambi gli anime e ho scoperto che Mimì e la nazionale di pallavolo è del 1968!!!

Vi rendete conto?? L’epoca degli hippy!

E’ nato quando mia madre era ancora la bambina di sua madre! Cioè quando aveva all’incirca tredici anni! Pazzesco. Altroché “i cartoni animati della mia generazione” come ripetiamo continuamente!

I tempi sono cambiati, c’è una nuova percezione sia del Giappone che degli anime oggi. All’epoca il Sollevante era un paese molto più “distante”.

Però se trasferiamo mentalmente lo stesso fenomeno a tempi più recenti ci accorgiamo che tutto sommato anche oggi funziona un po’ così, se prendiamo qualche titolo più recente. Cioè per esempio “Dragon Ball” non è così nuovo come appare eppure la maggior parte di voi avrà seguito con ardente passione le sue puntate dal 1999 in poi, da quando praticamente fece il botto su Italia Uno. E sono sicuro che pochi si sono chiesti quale sia in realtà il suo anno di nascita dando per scontato che fosse una novità. La prima stagione di Dragon Ball risale al 1986! Poi quelle successive chiaramente sono un po’ più recenti. C’è da dire che in Italia la prima stagione fece capolino nel 1989 ma non riuscì nemmeno a sfiorare il successo che ottenne appena dieci, quindici anni dopo. Quindi voglio dire, se per esempio paragoniamo il successo di “Mimì e la nazionale di pallavolo” a quello di “Dragon Ball” i conti in qualche modo tornano. Ovvero Mimì che nasce nel ’68 arriva da noi appena nell’81 e raggiunge l’apice della sua fama negli anni successivi a suon di repliche su repliche. Dragon Ball nasce nell’86, da noi arriva in avanscoperta tre anni dopo ma in realtà spopola appena nel ’99. Quindi forse è soltanto l’idea che appartengano agli anni ’60/’70 che mi fa così impressione.

I bon bon magici di Lilly” nacque nel ’70 e dunque come per Mimì, riesco a spiegarmi le ragioni della sua bruttezza e della tristezza che mi trasmette.

Eppure a quel tempo li guardavamo come pazzi. 

E “L’uomo Tigre“?? 1969!!! Sì! Pure lui è vecchierellissimo! E un po’ lo si nota dai: i dettagli quasi non esistono, le movenze dei personaggi sono rigide, l’atmosfera che si respira è abbastanza cupa, piatta e sguarnita! Eppure mi pare meno brutto di Mimì e di Lilly perché forse la sua trama e i suoi personaggi mi sembrano un po’ più grintosi, coinvolgenti ed interessanti.

Come del resto anche il tanto amato Rocky Joe, forse il mio cartone animato preferito!

Lui risale al 1971 (la versione manga invece nacque già nel 1968!)! Quindi che parlo a fare?

Ma sì, sono gli anni ’60 che nella mia mente vengono associati a qualcos’altro che non ha nulla a che vedere con il mondo dei manga e degli anime e soprattutto con l’Oriente. Anche perché i cartoni animati giapponesi a quell’epoca qui non c’erano e venivano trasmessi solo sulla tv giapponese! Ma mi fa strano immaginare per assurdo che avrebbero potuto essere i cartoni della generazione di mia madre e di mio padre o al massimo di quella successiva anziché della mia, se dovessimo tener conto soltanto della loro età e fossero approdati qui in contemporanea con la loro uscita in Giappone, come del resto accade oggi che sono praticamente tutti nuovi di zecca. Ma grazie a internet questo non avviene soltanto nel mercato degli anime.

Questo non è sinonimo di qualità e non toglie che chi più chi meno, li amerò sempre tutti, se non altro per i bellissimi ricordi associativi che mi riconducono alla parte più bella della mia infanzia.

 

Le sigle

Cos’è che hanno in comune tutti questi famosissimi cartoni animati che hanno scandito il nostro meraviglioso tempo delle nostre avvincenti e gloriose giornate anni ’80 e ’90?

Le sigle, ragazzi! 

Le sigle, guardando il fenomeno da un punto di vista schifosamente imprenditoriale sono state un’operazione di marketing pazzesca! Non lo so se avessero ragionato in questo modo negli anni ‘80 i pionieri dell’anime in Italia, ma se così fosse, sarebbero dei geni.

Una cosa è certa. Le sigle dei cartoni animati ma anche dei telefilm, dei telequiz, dei programmi vari in onda a quell’epoca sono riuscite a fissare per sempre sulla parete della mente e del cuore della mia generazione il poster di un periodo storico eccezionale ed irripetibile di cui tutti oggi più che mai ne sentiamo la mancanza.

Una sigla più bella dell’altra! E forse mi sa che è stata proprio la magia delle sigle a renderli più belli e convincenti ai nostri occhi anche quando erano un po’ più noiosetti. Pensate quello che la musica può fare…lo diceva anche Max Gazzè.

Oggi non è proprio la stessa cosa. C’è anche da dire che le case di distribuzione non sentono più l’esigenza di creare una versione italiana della sigla d’apertura per facilitare la diffusione dell’anime nel mercato italiano, tant’è che il più delle volte viene mantenuta quella originale giapponese.

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Cibo matto

La maggior parte della gente ha bisogno di nutrirsi di violenza.
E’ normale che ti attacchi in quel modo, verbalmente.
Quel tipo di gente detesta le persone ragionevoli perché la ragione é un veleno per il suo “cibo” preferito, la violenza appunto.
Ma anche per la distrazione.
La pazienza é invece sinonimo di debolezza, per qualcuno.
Per fortuna io, quando non capisco, sto zitto e mi metto a giocare, come da piccoli, quando avevamo già capito tutto.

 

– C. Camaur

Assistere all’allenamento di una squadra che non si diverte

Mi corrode l’anima pensare a dei ragazzini che giocano e non si divertono. E’ un paradosso. Come un fiore che non sboccia mai.

Tutti gli allenatori che ho conosciuto non hanno mai preso sul serio questo problema.

Sembravano riposseduti…

Nessuno di loro ha mai ammesso le sue colpe…

Nessuno ha mai chiesto scusa…

Nessuno di loro ha mai fatto un solo passo indietro, consapevole almeno di ciò che ha fatto…di quello che ha lasciato

Nessun allenatore si è mai soffermato a pensare che cosa insegnava…che cosa trasmetteva…

E perché cazzo urlava a fare…quelle frasi senza senso, senza senno…mortificanti…controproducenti…

Nessuno di loro mi ha mai spiegato perché volesse vincere a tutti i costi, senza scrupoli…senza riguardo per nessuno di noi…

Ci hanno fatto odiare quello sport…

L’allenatore di una squadra che non si diverte dovrebbe cambiare mestiere o hobby il più presto possibile, prima di fare danni irreversibili…

Vedere una squadra di ragazzini che si arrabbia come i grandi, che recita parti sovrumane con lo scopo di guadagnarsi un posto d’onore, di inserirsi in quell’assurda dimensione degli adulti sbagliati, di farsi accettare dal “supremo” di turno che tratta i suoi allievi come il capitano tratta i soldati di una guerra insulsa e senza fine, mi fa vomitare…

Vedere allenare in quel modo dei bambini che vogliono soltanto giocare, mi intristisce…

È un fallimento di tutti…con troppi precedenti…e che va al di là di ogni risultato appuntato nella loro classifica mentale del cazzo…

Però…

Un allenatore che capiva la responsabilità di quel ruolo…uno solo…l’ho incontrato…mi è capitato

Sì…è stato bello…

Un onore…

Un sospiro di sollievo…

Ma è durato giusto il tempo di un sospiro…

È stato allontanato, dai dirigenti…perché beveva troppo.

Era un alcolista…sì…

Ma lui ci capiva…

Con lui ci divertivamo…

Con lui sorridevamo…

Con lui giocavamo…

Con lui eravamo dei vincenti contenti, nonostante i risultati…

E tra tutti quelli che ho incontrato vi assicuro che era il più sobrio.

Sguardi lontani

Approcci wi-fi

digitali

anni luce dall’incontro umano.

Erano giochi di sguardi

senza classe sociale,

con quel desiderio incolmabile

e la speranza di incontrarsi

anche sta volta

come l’ultima volta,

per caso

La bicicletta: Un ritorno al futuro

Riscoprire la bicicletta come mezzo di trasporto per le piccole e le grandi distanze, è stata una ventata salubre di aria

tiepida per me, come quella che soffia e ci accarezza i sensi, che verso la fine di maggio ci annuncia l’arrivo dell’estate.

Riagganciandomi al mio primo post (Un approccio diverso), in cui propongo un diverso approccio alla crisi, più sobrio, incentrato sulla decrescita, su un’inversione di tendenza rispetto al modello dominante che i “tecnici” ci consigliano di seguire (e che in un modo o nell’altro ci obbligano a farlo), posso dire che la bici fa parte di quello stesso modello economicamente più umile ed è presente nell’elenco ideale degli strumenti da utilizzare per la decrescita e per contribuire al downshifting (“scalare la marcia”, in questo caso viaggiare ad una velocità più umana). È un mezzo che, con un po’ di forza di volontà (la volontà di staccarci dalle comodità acquisite passivamente da una visione del mondo omologata e di cui abbiamo la casa piena) può diventare (nel nord Europa lo è già) una delle armi vincenti per riappropriarci del tempo perso e per smettere di incazzarci nel traffico, intrappolati nell’abitacolo della nostra auto che consuma tonnellate e tonnellate di petrolio ogni anno, inquinando spropositatamente l’ambiente (e quindi noi stessi), bloccandoci il cervello ipnotizzato dai tragitti che conosciamo a memoria, perdendoci attimi di attimi che non sono solo piccole porzioni di tempo ma sono LA VITA stessa. Quella vera. La nostra vita.

Ricordo che da bambino si andava in bici praticamente sempre e ovunque. Non poteva mancare la garetta con gli amici al parcogiochi o le scorrazzate lungo le stradine di Cormòns, sostando di  tanto in tanto davanti alle vetrine dei negozi di giocattoli o della pasticceria, per catturare il profumo di pane o di cornetti che proveniva dai forni.

La mia prima bici aveva, un po’ come la prima bici di tutti, anche le rotelle, me la ricordo ancora: Era di color rosso bordeaux metallizzato, a “rapporto diretto” (ogni giro di pedale corrispondeva a un giro di ruota), caratteristica che odiavo perché appena aumentavo la velocità e volevo rilassarmi, non potevo farlo a causa proprio di questo tipo di rapporto fastidiosissimo tra ruota e pedali.

La mia seconda bici era molto simile a una graziella da donna ma di dimensioni ridotte, sempre pieghevole comunque: Ricordo che la vidi per la prima volta nella soffitta di qualcuno (non so se di mio nonno o di qualche amico di famiglia) che me la regalò e che l’estate successiva trasformai in un gioiello, colorandola di rosso fuoco con la bomboletta spray e aggiungendo al carro posteriore, appena sotto il freno, una molletta e un pezzo di cartoncino con cui ottenevo un effetto sonoro, stile “Harley Davidson” ad ogni raggio che accarezzava 🙂 …io ci credevo ed ero certo che con quel rombo, nessuno mi avrebbe battuto.

La terza bici arrivò all’età di sette anni: Si trattava della mitica “BMX” (che ancora oggi conservo in soffitta)! La bmx era una bomba, ricordo che mi sentivo molto fico mentre la guidavo e che non l’avrei mai cambiata con nessun altra bici, tanto meno con una di quelle da cross con il cambio a tre velocità, posto sul tubo anteriore, che allora andavano molto di moda. La bmx aveva delle caratteristiche estetiche essenziali, semplici e ineguagliabili, inoltre eravamo in pochi a possederne una a Cormòns e questo aumentava ulteriormente il suo valore affettivo. Ce l’avevo io, ce l’aveva il mio amico Daniele, ce l’aveva un ragazzo di Milano, che d’estate passava qualche settimana a Cormòns e per finire, due ce le avevano i gemelli Max e Alex, che ammiravo tanto: uno, perché erano più grandi di me di qualche anno, due, perché avevano la bmx come me, tre, erano dei campioni a calcio e di faccia erano identici ai gemelli Derrick di Holly & Benji! Potete immaginare, per me erano delle icone viventi.

Grazie alla bmx, durante la terza elementare, ricordo pure di averla scampata bella, evitando di farmi picchiare da un bulletto delle scuole medie. Mi trovavo al parcogiochi, i miei amici se n’erano andati da poco e io decisi di fare ancora qualche giretto sulla bici, quando ad un certo punto questo ragazzo alto e grassottello su una bici da cross, uscito da un fumetto giapponese, mi si mise davanti bloccandomi la strada per intimidirmi e annunciarmi che di lì a poco mi avrebbe picchiato (senza motivo). Non capendo il perché ed essendo più piccolo di lui, sia d’età che di stazza, mentre i toni si stavano alzando, decisi di fare dietrofront e di pedalare il più velocemente possibile per fuggire sulle ali della mia bici ma il bulletto riuscì a raggiungermi, minacciandomi un’altra volta. In quell’istante, come per magia, dieci metri più in là, comparve uno dei due gemelli (quelli che ammiravo), ora non ricordo se fosse Max o Alex, fatto sta che le sue parole furono:” lascia stare quel ragazzino, è mio amico e HA LA BMX”! – Questa volta fu il bulletto a fare dietrofront e non tentò mai più di minacciarmi. La bmx quel giorno guadagnò qualche punto in più e per me divenne anche simbolo di potere e rispetto! 😉

Avevo dieci anni circa e improvvisamente la mountain bike divenne la bicicletta più diffusa in paese e il fatto che avesse i cambi sul manubrio ricordo che mi sorprese parecchio ma siccome ero ancora innamorato della mia bmx, non avevo intenzione di  tradirla (…e di perdere il potere acquisito!). Fu mio padre che mi spinse a farlo (probabilmente per mostrarmi la sua generosità…e perché voleva usarla anche lui), così un giorno partimmo in auto alla volta di Udine per andare ad acquistare proprio una mountain bike, in un negozio che ancora oggi esiste e che si trova nei pressi di Piazza Primo Maggio, all’ingresso di Via Manin. La bici era di colore giallo e bianco con molte sfumature strane sul telaio. Fu amore a prima vista. Aveva i cambi della Shimano, che facevano figo. Ci “fidanzammo” per circa dieci anni, poi un giorno, la mia testa (di casco) decise di lasciarla incustodita e senza lucchetto, in stazione dei treni a Cormòns. Non ricordo dove stessi andando così di fretta quel giorno, so solo che ero in ritardo (come al solito, tra l’altro) e che usai la mountain bike per fare prima, per non perdere il treno. A metà strada mi accorsi di aver dimenticato il lucchetto della bici a casa. Ma nonostante l’inconveniente, decisi di auto-eleggermi re dell’ottimismo, del fatalismo e di lasciarla in stazione affidandola al destino. Risultato: Me la rubarono e non la trovai mai più.

Dai vent’anni in poi, ho usato soltanto bici per così dire “scrause”, piuttosto economiche, con più difetti che pregi. Dai vent’anni in poi però nonostante la qualità delle bici che ho utilizzato per le mie scorribande, è nata un’affinità tra me e le due ruote a pedali, che andava crescendo. Era qualcosa di inconsapevole ancora, non avevo in testa grandi itinerari o progetti concreti da realizzare con la bici, ma qualcosa dentro di me stava prendendo forma.

Quasi inconsapevole fu anche l’idea mia e di un amico, di tornare a casa, da Lignano Sabbiadoro, in bici, nel giugno del 2003. Arrivammo nella famosa località balneare friulana il giorno prima, ci eravamo fatti accompagnare in auto da qualcuno e la mattina seguente, non sapendo come tornare a casa, visto che eravamo a piedi, visto che i soldi erano contati e parte degli ultimi spicci li avevamo già usati per comprarci la colazione, nonostante il sonno e la stanchezza, pensammo bene di rubare due bici e di girare a vuoto per la città, ma una volta in sella decidemmo di esagerare e di dirigerci verso le rispettive case che si trovavano a circa 80 km da Lignano! Dopo circa quattro ore di viaggio arrivammo a destinazione, sfiniti ma contenti.

A me di quella piccola esperienza rimase tantissimo. Mi sembrava di essere entrato a stretto contatto con delle culture che conoscevo già, in una zona del mondo che conoscevo già. La novità infatti non stava nell’oggetto del contatto ma nel contatto stesso, ben diverso da quello a cui ero abituato. La bici quel giorno mi aveva permesso di attraversare, respirare, assaporare, toccare in una dimensione più vera e atemporale, luoghi e abitanti che conoscevo già. L’acqua con cui ci bagnammo per il caldo e che bevemmo durante il viaggio, aveva un altro sapore, le parole scambiate con i passanti (curiosi) avevano un altro suono, i colori della natura erano più vivi. La bicicletta quel giorno mi ha permesso di SENTIRE davvero ciò che incontravo lungo il tragitto, di usare tutti i miei sensi per capire, per vivere secondo dopo secondo, quell’esperienza, senza alcun timore, senza pensieri calcolati e superflui. Tutto accadde come in un sogno.

Forse vi sembrerò esagerato ma credetemi che porto ancora oggi con me un bellissimo ricordo di quel giorno. Tutto fu improvvisato, dalla partenza all’arrivo, non spendemmo un soldo, ci regalammo una piccolissima avventura e SENTIMMO tutto. Niente di più bello.

Dieci anni fa non pensavo né ad una soluzione per contrastare la crisi che stava arrivando, né pensavo minimamente che sarebbe arrivata una crisi prima o poi. Mi trovavo nel periodo della “casualità”, nonostante i miei 23 anni, avevo appena terminato le scuole superiori, abbandonate 4 anni prima, stavo per iniziare l’Università e pensavo ad un mio futuro inserimento nel mondo del lavoro. Ero immerso in quella dimensione da cui ti aspetti tutto e niente, una condizione di vita che appartiene a tutti i giovani italiani, una volta terminate le superiori e oggi più che mai. Avevo poche idee e troppi pensieri.

L’idea di ripetere un’esperienza in bici, come quella dell’estate 2003, era fissa nell’anticamera del cervello ma la lasciai là, come in soffitta. Non possedevo una bici vera e propria, come già detto, usavo quella di mia madre, le cui caratteristiche non erano quelle di una mountain bike. Pensai di comprarmene una nel 2007, quando iniziai a lavorare e a guadagnare qualche euro ma siccome lavoravo appunto, il tempo che mi rimaneva a disposizione preferivo passarlo in compagnia della mia ragazza o di qualche amico. Continuai a rimandare l’acquisto della bici per anni, fino a pochi mesi fa. Durante l’estate 2012 usai talmente tanto la bici (di mia madre), che decisi una volta per tutte di comprarmene una. Ero disoccupato già da mesi e quindi dovetti attendere le vendemmie per racimolare qualche soldo utile. Nel frattempo passai ore su internet alla ricerca di informazioni che riguardavano i modelli in commercio e le esperienze di viaggio di persone comuni che con la loro bici avevano attraversato nazioni, isole, continenti interi!

Neanche farlo a posta, verso la fine di ottobre, mentre stavo passeggiando per Cormòns, incontrai un vecchio conoscente, appassionato di mountain bike. Lui partecipa a gare e garette organizzate dai vari club MTB presenti sul nostro territorio regionale e tra un discorso e l’altro mi chiese se conoscevo qualcuno a cui potesse vendere la sua mountain bike, in quanto ne aveva appena acquistato una nuova. Ovviamente non fece in tempo a terminare la frase che la sua bici era già a casa mia.

Ho già fatto un sacco di escursioni da allora ma voglio allargare sempre di più il mio raggio d’azione e la prossima estate ho intenzione di partire verso il Mare del Nord. La meta non ha un significato vero e proprio, so solo che sono curioso di scoprire ogni angolo del pianeta in cui viviamo e che mi piacerebbe farlo con calma, sui pedali di una bici, per sentire i chilometri nell’aria che respiro e nelle gambe, senza pensare alla meta, vivendo tutto ciò che sta in mezzo, a passo d’uomo (o meglio, di bicicletta).

La bicicletta la consiglio a tutti. Non importa quale sia la vostra condizione economica e sociale. Fa bene innanzitutto al fisico e allo spirito, inoltre se siete orientati verso la decrescita, è il mezzo ideale e l’occasione giusta per iniziare a rallentare, ad apprezzare il suo vero valore utilizzando sempre meno l’automobile, che vi farà risparmiare un sacco di soldi e recare meno danni alla natura, che a tutti noi appartiene e della quale siamo parte integrante. Non dimentichiamolo mai.

A chi non lo sapesse, segnalo l’esistenza di una rete di itinerari ciclistici, tutti collegati tra loro che attraversano l’Europa, compresa l’Italia, che si chiama Eurovelo, di cui su Wiki potete trovare maggiori info e dettagli – http://it.wikipedia.org/wiki/EuroVelo

Non insegniamo ai bambini

Bambini di cinque o sei anni crescono. Compiono sette e otto anni, sorridono, festeggiano i compleanni insieme ai compagni di classe, tra i pennarelli, i disegni, le matite, l’astuccio, la cartella, le figurine, lo sport.

Compiono nove anni e poi dieci. Ah! Che spettacolo! In fondo rivedo me attraverso i loro occhi, mi ritrovo ostaggio dei loro sguardi semplici che sanno di tutto e mi fanno sognare, prendere il volo e planare come un’aquila, sorrido.

Li vedo correre, scappare inseguiti da qualcuno, da un amico, forse il compagno di banco…

E intanto il tempo passa e li rivedo. Hanno ormai tredici, quattordici anni e non sono più così sereni. quantomeno non come prima.

I cellulari, niente più pennarelli né matite, cellulari accuditi come teneri gattini tra le mani. Lo sguardo come paralizzato. Camminano in modo isterico, inseguiti da qualcosa. E non più dagli amici ma da qualcosa di soprannaturale, di illogico, inumano, di indecifrabile. Muovono i piedi in modo strano, indossano scarpe scomode ma la marca le rende più comode. Pantaloni a righe clown Trussardi, ragazzine indossano occhiali “stronza-donna” e borsette da passeggiata nevrotica Fendi.

Mi fermo e penso:- Oh no…sono in piena fase “inscatolamento sociale”…e li hanno già impacchettati per bene, gli adulti alla regia…Pronti per il futuro.-

Già, il futuro. Ma quale? Il loro futuro o di chi? Forse li hanno semplicemente incatenati al presente incerto degli adulti stessi. Mal comune mezzo gaudio.

Cos’è successo? Perché? Perché proprio a loro? Perché addestrarli? Per quale guerra? Erano in pace. Li hanno fregati. Sapevano troppo e li hanno presi in tempo, a loro insaputa.


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“Il verso del cane” è la nostra voce interiore. Siamo noi, che nel frastuono delle opinioni altrui, nei faccia a faccia con le nostre scelte interiori quotidiane permettiamo che la voce del cuore venga soffocata dalla paura mentre cerca invano di rivelare la semplice verità. Nessun altro meglio del cane rappresenta la solitudine dell’individuo, complice e ostaggio dei suoi (apparentemente) simili. Dedicato al mio primo cane, grande poeta e grande amico, Bubu.

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