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Acquerello giapponese 

Mi sono regalato una scatola di acquerelli
di una marca giapponese così li ho inaugurati
immaginando un paesaggio orientaleggiante.

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Fili che ci uniscono tra sogno e realtà – Il successo di “YOUR NAME” nelle sale italiane.

Tale il successo italiano di YOUR NAME che, per la prima volta, un film di animazione giapponese torna a grande richiesta al cinema: 31 gennaio e 1 febbraio.

L’ho visto e, ragazzi, che dire…CAPOLAVORO.

I temi trattati in questo “romanzo animato” sono la contrapposizione tra paesino di provincia e città, tra tradizione e progresso, tra conscio e inconscio, tra sogno e realtà, tra vita e morte.

Una relazione per nulla scontata, una ricerca, un viaggio interiori ed esteriori che i due protagonisti affrontano individualmente per conoscere la verità (imprevedibile) che li unisce e che viene svelata ovviamente solo alla fine. Il TEMPO è il regista.

Un film che commuove senza toccare tasti facili, che lascia dei bei quesiti sulla vita, sui fili invisibili che ci legano tutti, senza essere MAI scontato e buonista. 

Consigliato anche a chi non ama gli anime.

Cartoni animati giapponesi brutti

Cattura

Sono un appassionato di anime anni ’80/’90 (che quelli della mia generazione chiamavano semplicemente “cartoni animati giapponesi“) ed ero a conoscenza del fatto che alcuni dei più famosi titoli seguiti all’epoca in tv da noi bambini, nacquero in realtà parecchi anni prima.

Ma non credevo così tanto prima!

Fatto sta che l’altro giorno mi è capitato di rivedere una puntata di “Mimì e la nazionale di pallavolo” e sono rimasto letteralmente di merda! Non me lo ricordavo così. Così “di legno”, intendo!

Mi sono chiesto chi caspita riuscisse a guardare una cosa del genere negli anni ’80!!

Quasi tutti! E lo ammetto, pure io lo guardavo ogni tanto. Sinceramente non mi perdevo un solo cartone animato all’epoca, solo che Mimì me lo ricordavo un po’ meglio di così. Da bambino mi sembrava un cartone normale, attuale. I colori spentissimi (ed è stato pure restaurato), la tristezza nei volti dei personaggi, la storia di una stanchezza inverosimile, tempi stramorti, musiche tragiche (a parte la sigla in italiano cantata da Georgia Lepore, che però risale agli anni ’80, quindi non fa testo). Insomma, veramente una brutta impressione. Ha la stessa tristezza e quel sapore amaro dei filmati  girati in Corea del Nord con protagonista Kim Jong-un. L’atmosfera è quella.

E non sono uno snob! Credetemi che ho l’occhio allenato per certe cose vintage. Mi sparo abitualmente qualche vecchia serie, che conservo con amore in un hard disc esterno. E le amo e le apprezzo tutte ancora oggi come un tempo! 

Pochi altri cartoni animati giapponesi sono riusciti a farmi rimanere così di merda. Un altro esempio è “I bon bon magici di Lilli“. Stessa cosa. Inguardabile.

Così sono andato alla ricerca dell’anno di nascita di entrambi gli anime e ho scoperto che Mimì e la nazionale di pallavolo è del 1968!!!

Vi rendete conto?? L’epoca degli hippy!

E’ nato quando mia madre era ancora la bambina di sua madre! Cioè quando aveva all’incirca tredici anni! Pazzesco. Altroché “i cartoni animati della mia generazione” come ripetiamo continuamente!

I tempi sono cambiati, c’è una nuova percezione sia del Giappone che degli anime oggi. All’epoca il Sollevante era un paese molto più “distante”.

Però se trasferiamo mentalmente lo stesso fenomeno a tempi più recenti ci accorgiamo che tutto sommato anche oggi funziona un po’ così, se prendiamo qualche titolo più recente. Cioè per esempio “Dragon Ball” non è così nuovo come appare eppure la maggior parte di voi avrà seguito con ardente passione le sue puntate dal 1999 in poi, da quando praticamente fece il botto su Italia Uno. E sono sicuro che pochi si sono chiesti quale sia in realtà il suo anno di nascita dando per scontato che fosse una novità. La prima stagione di Dragon Ball risale al 1986! Poi quelle successive chiaramente sono un po’ più recenti. C’è da dire che in Italia la prima stagione fece capolino nel 1989 ma non riuscì nemmeno a sfiorare il successo che ottenne appena dieci, quindici anni dopo. Quindi voglio dire, se per esempio paragoniamo il successo di “Mimì e la nazionale di pallavolo” a quello di “Dragon Ball” i conti in qualche modo tornano. Ovvero Mimì che nasce nel ’68 arriva da noi appena nell’81 e raggiunge l’apice della sua fama negli anni successivi a suon di repliche su repliche. Dragon Ball nasce nell’86, da noi arriva in avanscoperta tre anni dopo ma in realtà spopola appena nel ’99. Quindi forse è soltanto l’idea che appartengano agli anni ’60/’70 che mi fa così impressione.

I bon bon magici di Lilly” nacque nel ’70 e dunque come per Mimì, riesco a spiegarmi le ragioni della sua bruttezza e della tristezza che mi trasmette.

Eppure a quel tempo li guardavamo come pazzi. 

E “L’uomo Tigre“?? 1969!!! Sì! Pure lui è vecchierellissimo! E un po’ lo si nota dai: i dettagli quasi non esistono, le movenze dei personaggi sono rigide, l’atmosfera che si respira è abbastanza cupa, piatta e sguarnita! Eppure mi pare meno brutto di Mimì e di Lilly perché forse la sua trama e i suoi personaggi mi sembrano un po’ più grintosi, coinvolgenti ed interessanti.

Come del resto anche il tanto amato Rocky Joe, forse il mio cartone animato preferito!

Lui risale al 1971 (la versione manga invece nacque già nel 1968!)! Quindi che parlo a fare?

Ma sì, sono gli anni ’60 che nella mia mente vengono associati a qualcos’altro che non ha nulla a che vedere con il mondo dei manga e degli anime e soprattutto con l’Oriente. Anche perché i cartoni animati giapponesi a quell’epoca qui non c’erano e venivano trasmessi solo sulla tv giapponese! Ma mi fa strano immaginare per assurdo che avrebbero potuto essere i cartoni della generazione di mia madre e di mio padre o al massimo di quella successiva anziché della mia, se dovessimo tener conto soltanto della loro età e fossero approdati qui in contemporanea con la loro uscita in Giappone, come del resto accade oggi che sono praticamente tutti nuovi di zecca. Ma grazie a internet questo non avviene soltanto nel mercato degli anime.

Questo non è sinonimo di qualità e non toglie che chi più chi meno, li amerò sempre tutti, se non altro per i bellissimi ricordi associativi che mi riconducono alla parte più bella della mia infanzia.

 

Le sigle

Cos’è che hanno in comune tutti questi famosissimi cartoni animati che hanno scandito il nostro meraviglioso tempo delle nostre avvincenti e gloriose giornate anni ’80 e ’90?

Le sigle, ragazzi! 

Le sigle, guardando il fenomeno da un punto di vista schifosamente imprenditoriale sono state un’operazione di marketing pazzesca! Non lo so se avessero ragionato in questo modo negli anni ‘80 i pionieri dell’anime in Italia, ma se così fosse, sarebbero dei geni.

Una cosa è certa. Le sigle dei cartoni animati ma anche dei telefilm, dei telequiz, dei programmi vari in onda a quell’epoca sono riuscite a fissare per sempre sulla parete della mente e del cuore della mia generazione il poster di un periodo storico eccezionale ed irripetibile di cui tutti oggi più che mai ne sentiamo la mancanza.

Una sigla più bella dell’altra! E forse mi sa che è stata proprio la magia delle sigle a renderli più belli e convincenti ai nostri occhi anche quando erano un po’ più noiosetti. Pensate quello che la musica può fare…lo diceva anche Max Gazzè.

Oggi non è proprio la stessa cosa. C’è anche da dire che le case di distribuzione non sentono più l’esigenza di creare una versione italiana della sigla d’apertura per facilitare la diffusione dell’anime nel mercato italiano, tant’è che il più delle volte viene mantenuta quella originale giapponese.

Dalla Corea con furore: una riflessione sul rispetto per la vita…e per la morte

대호

Come ogni anno anche quest’anno a fine aprile a Udine è tempo di Far East Film Festival, la più ricca rassegna cinematografica dell’Estremo Oriente in Europa.

Quest’anno si è partiti con The Tiger, del regista e sceneggiatore coreano Park Hoon Jung. E direi che si è partiti molto ma molto bene.

One word: Capolavoro.

Non sono un critico cinematografico quindi non mi azzardo a descrivere particolari tecnici che non conosco. Mi baso sempre e soltanto sulla mia percezione sensoriale, su ciò che un’esperienza mi trasmette.

 

Nelle righe che seguono non spoilero assolutamente nulla del film quindi puoi continuare a leggere tranquillamente! 😉

 

Choi Min-sik  (protagonista principale nel famoso film Old Boy) è un esperto cacciatore che viene ingaggiato dal governo giapponese (siamo nel 1925 e la Corea è sotto il controllo del governo giapponese) per cacciare l’ultimo esemplare di tigre coreana con lo scopo di colpire a morte l’anima del popolo sottomesso distruggendo un simbolo di fierezza. Più tardi si scopre che per il cacciatore quella tigre è molto più di questo. Difatti i due protagonisti principali (il cacciatore e la tigre), avversari nel crudele rapporto naturale preda-predatore (in cui non si capisce bene chi tra i due sia la preda e chi il predatore)  si conoscono più di quanto sembra e i loro ruoli contrapposti (ma sostanzialmente identici) passano in secondo piano quando dopo una lunga battuta di caccia estrema e disumana dai toni quasi bellici, entra in gioco un sentimento di compassione reciproco, un profondo senso di rispetto che mi ricorda lontanamente quello di Bruce Lee nei confronti dell’avversario (Chuck Norris) dopo averlo battuto nel celebre duello all’ultimo sangue nel Colosseo in “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”; un gesto di riconoscenza che prescinde dall’appartenenza ad un regno specifico e che eleva The Tiger sotto il profilo stilistico e narrativo. Tutto questo unito a scenari mozzafiato compone un film veramente intelligente che non si impegna per levarti la lacrima a tutti i costi e in cui non vi è traccia di speculazione sentimentale. Anche il ritmo altalenante che alterna quiete estatica a truce violenza mi è piaciuto e mi ha tenuto “sveglio” fino alla fine.

E’ un film che parla attraverso altri (e soprattutto alti) codici di comunicazione, attraverso i quali si decide anche il gran finale (e davvero un gran, gran, gran finale).

 

Il punto

“La morale della favola” non da per forza ragione a nessuno, né all’uomo né all’animale, anche se spera di essere un’occasione di riflessione per noi sciagurati esseri “superiori” nella gestione dei rapporti umani. Ci sono delle regole naturali del regno umano come in quello animale che forse sono le uniche che possono funzionare per assicurarci una convivenza più che dignitosa, tra due regni molto diversi tra loro ma che nel profondo hanno molti punti in comune, come l’esperto cacciatore e la tigre del film in questione.

Dal mio punto di vista non lo so se si potrà mai fare a meno di uccidere in questo mondo. Non lo so se ci sia mai un motivo valido per farlo. Così su due piedi ovviamente direi di no. Allo stesso modo non credo che ci sarà mai un giorno in cui ad un certo punto diventeremo tutti pacifisti. Sarebbe bello, ma non credo nell’ipotesi di un mondo perfetto. Non mi fido nemmeno di chi lo desidera e pretende che i suoi simili si allineino a questa idea, attraverso dimostrazioni di gruppo i cui membri, che predicano in coro e si sostengono a vicenda in nome di una questione importante, singolarmente nella loro quotidianità, nelle scelte interiori personali presentano più ombre che luci.

Citando l’ultimo intervento di Saviano, che vale in ogni ambito: “Non credo in quella giustizia in nome della quale vengono fatti i peggiori crimini”.

Io credo in una giustizia superiore che non è quella di un dio buono che porta pace e serenità in tutti i cuori ma che è quella della natura, di un’etica superiore che c’è per forza, in cui ogni uomo dovrebbe riconoscersi e credere spontaneamente perché si basa sul buon senso, sull’amor proprio, sulla pietà e sulla compassione, da cui nasce il senso di rispetto nei confronti della vita. E se nella vita di un uomo mancano questi valori allora la sua vita non ha senso.

 

In conclusione

Un film da vedere e da aggiungere alla propria videoteca personale!

Breve riflessione dopo-festival

Il cast del film giapponese

Il cast del film giapponese “Be my baby”

La settimana scorsa mi trovavo a Udine per Far East Film Festival, in qualità di “operatore volontario”. Mi occupavo della parte social-mediatica della manifestazione dedicata al cinema asiatico, definita “la più ricca rassegna di cinema dell’Estremo Oriente in Europa”. In poche parole aggiornavo, dai miei profili social, gli avvenimenti del festival in diretta mediante foto, commenti a caldo, ecc.

Ho avuto modo di guardarmi diverse pellicole, alcune delle quali molto particolari e affascinanti, altre piuttosto pallose ma in qualche modo interessanti. Il vincitore del festival è stato il giapponese “The Eternal Zero“, la storia dei nipoti di un pilota, morto da kamikaze durante la seconda guerra mondiale, che cercano di fare luce sul motivo che spinse il nonno a sacrificare la propria vita in quel modo, alla vigilia della sconfitta giapponese.

Nonostante la rassegna mi sia piaciuta nel complesso per la sua ricchezza di sfumature, mi ha colpito soprattutto la bellezza estetica, la spontaneità del cast giapponese nella pellicola sexy “Be My Baby” (foto) del regista Ohne Hitoshi e la loro disponibilità con la gente in teatro e per le strade di Udine. Ma ciò che mi è rimasto più impresso non è stato un film in particolare bensì la freschezza, la forza d’animo, l’intenzione di un gruppo di giovanissimi studenti, nonché emergenti registi  hongkonghesi che, sostenuti economicamente da un progetto chiamato “Fresh Wave” (che in Italia ci sogniamo) con la collaborazione di registi del calibro di Johnny To, ha presentato una selezione di cortometraggi molto interessanti, ricchi di personalità e di autenticità. Ho apprezzato tantissimo l’intensità con cui i registi in erba hanno cercato di esprimere i loro punti di vista riguardo i problemi sociali e le conseguenze di questa urbanizzazione che caratterizzano in particolar modo la Cina ma allo stesso modo buona parte del pianeta Terra. Mi ha colpito la forza ma anche quella “presunzione” (che non sono di sicuro una novità) di abbattere alcune solide barriere sociali antidemocratiche che rendono spesso impossibile la convivenza tra classi sociali, autorità ed istituzioni fino alla perdita dell’identità. Mi ha toccato la loro immensa voglia di riempire quel perenne gap  tra “giovani” e “vecchi”, un tema altrettanto vecchio ma pur sempre attuale, il quale, mediante queste testimonianze mi ha spinto a chiedermi il perché di così tante incomprensioni, e soprattutto come mai da una parte (giovani) è quasi sempre esistito un desiderio sfrenato (qualche volta impulsivo ed ingenuo) di cambiare le regole del mondo, di battersi per i propri diritti violati, mentre dall’altra regnano pressapochismo, rassegnazione, pigrizia e frustrazione.

Il caos è il re del mondo…

Perché noi esseri umani, il più delle volte, vogliamo cambiare senza cercare un equilibrio?

Non dovrebbe essere un obiettivo collettivo che nasce spontaneo dal singolo individuo?

Perché continuiamo a sbagliare senza imparare?

Haiku #5

Corpi selvaggi

Sospiri che urlano

teneri baci

Haiku #3

Pioggia e foglie

coprono il pendio,

vita che scorre


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“Il verso del cane” è la nostra voce interiore. Siamo noi, che nel frastuono delle opinioni altrui, nei faccia a faccia con le nostre scelte interiori quotidiane permettiamo che la voce del cuore venga soffocata dalla paura mentre cerca invano di rivelare la semplice verità. Nessun altro meglio del cane rappresenta la solitudine dell’individuo, complice e ostaggio dei suoi (apparentemente) simili. Dedicato al mio primo cane, grande poeta e grande amico, Bubu.

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