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Storia di Natale – Sesta puntata

Storia di Natale nasce da una collaborazione con il mio amico disegnatore Gionata Brandolin (autore del libro Selfieblog: https://gionatabrandolin.wordpress.com/), ispirati da un gatto molto simpatico che si aggira tra le pietre di un rudere vicino casa nostra abbiamo deciso di scrivere e disegnare questa storia.

Testi: Cristiano Camaur

Disegni e colori: Gionata Brandolin

Vi aspettiamo lunedì 12 dicembre per la settima puntatastoria-di-natale-gionata-brandolin-e-cristiano-camaur-pag-13storia-di-natale-gionata-brandolin-e-cristiano-camaur-pag-14

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Dalla brutta copia del mio prossimo libro…

«Ci rompono i coglioni per decenni, ci sentiamo dire le peggio cose da genitori ed insegnanti, come se lo studio a prescindere fosse sempre più importante di quello in cui crediamo o del tempo che vorremmo spendere per capire in cosa crediamo. Per poi finire come spesso accade, a fare qualcosa che non c’entra un cazzo con tutto ciò che prima era di importanza vitale per tutti. Tranne che per noi.»

Cartoni animati giapponesi brutti

Cattura

Sono un appassionato di anime anni ’80/’90 (che quelli della mia generazione chiamavano semplicemente “cartoni animati giapponesi“) ed ero a conoscenza del fatto che alcuni dei più famosi titoli seguiti all’epoca in tv da noi bambini, nacquero in realtà parecchi anni prima.

Ma non credevo così tanto prima!

Fatto sta che l’altro giorno mi è capitato di rivedere una puntata di “Mimì e la nazionale di pallavolo” e sono rimasto letteralmente di merda! Non me lo ricordavo così. Così “di legno”, intendo!

Mi sono chiesto chi caspita riuscisse a guardare una cosa del genere negli anni ’80!!

Quasi tutti! E lo ammetto, pure io lo guardavo ogni tanto. Sinceramente non mi perdevo un solo cartone animato all’epoca, solo che Mimì me lo ricordavo un po’ meglio di così. Da bambino mi sembrava un cartone normale, attuale. I colori spentissimi (ed è stato pure restaurato), la tristezza nei volti dei personaggi, la storia di una stanchezza inverosimile, tempi stramorti, musiche tragiche (a parte la sigla in italiano cantata da Georgia Lepore, che però risale agli anni ’80, quindi non fa testo). Insomma, veramente una brutta impressione. Ha la stessa tristezza e quel sapore amaro dei filmati  girati in Corea del Nord con protagonista Kim Jong-un. L’atmosfera è quella.

E non sono uno snob! Credetemi che ho l’occhio allenato per certe cose vintage. Mi sparo abitualmente qualche vecchia serie, che conservo con amore in un hard disc esterno. E le amo e le apprezzo tutte ancora oggi come un tempo! 

Pochi altri cartoni animati giapponesi sono riusciti a farmi rimanere così di merda. Un altro esempio è “I bon bon magici di Lilli“. Stessa cosa. Inguardabile.

Così sono andato alla ricerca dell’anno di nascita di entrambi gli anime e ho scoperto che Mimì e la nazionale di pallavolo è del 1968!!!

Vi rendete conto?? L’epoca degli hippy!

E’ nato quando mia madre era ancora la bambina di sua madre! Cioè quando aveva all’incirca tredici anni! Pazzesco. Altroché “i cartoni animati della mia generazione” come ripetiamo continuamente!

I tempi sono cambiati, c’è una nuova percezione sia del Giappone che degli anime oggi. All’epoca il Sollevante era un paese molto più “distante”.

Però se trasferiamo mentalmente lo stesso fenomeno a tempi più recenti ci accorgiamo che tutto sommato anche oggi funziona un po’ così, se prendiamo qualche titolo più recente. Cioè per esempio “Dragon Ball” non è così nuovo come appare eppure la maggior parte di voi avrà seguito con ardente passione le sue puntate dal 1999 in poi, da quando praticamente fece il botto su Italia Uno. E sono sicuro che pochi si sono chiesti quale sia in realtà il suo anno di nascita dando per scontato che fosse una novità. La prima stagione di Dragon Ball risale al 1986! Poi quelle successive chiaramente sono un po’ più recenti. C’è da dire che in Italia la prima stagione fece capolino nel 1989 ma non riuscì nemmeno a sfiorare il successo che ottenne appena dieci, quindici anni dopo. Quindi voglio dire, se per esempio paragoniamo il successo di “Mimì e la nazionale di pallavolo” a quello di “Dragon Ball” i conti in qualche modo tornano. Ovvero Mimì che nasce nel ’68 arriva da noi appena nell’81 e raggiunge l’apice della sua fama negli anni successivi a suon di repliche su repliche. Dragon Ball nasce nell’86, da noi arriva in avanscoperta tre anni dopo ma in realtà spopola appena nel ’99. Quindi forse è soltanto l’idea che appartengano agli anni ’60/’70 che mi fa così impressione.

I bon bon magici di Lilly” nacque nel ’70 e dunque come per Mimì, riesco a spiegarmi le ragioni della sua bruttezza e della tristezza che mi trasmette.

Eppure a quel tempo li guardavamo come pazzi. 

E “L’uomo Tigre“?? 1969!!! Sì! Pure lui è vecchierellissimo! E un po’ lo si nota dai: i dettagli quasi non esistono, le movenze dei personaggi sono rigide, l’atmosfera che si respira è abbastanza cupa, piatta e sguarnita! Eppure mi pare meno brutto di Mimì e di Lilly perché forse la sua trama e i suoi personaggi mi sembrano un po’ più grintosi, coinvolgenti ed interessanti.

Come del resto anche il tanto amato Rocky Joe, forse il mio cartone animato preferito!

Lui risale al 1971 (la versione manga invece nacque già nel 1968!)! Quindi che parlo a fare?

Ma sì, sono gli anni ’60 che nella mia mente vengono associati a qualcos’altro che non ha nulla a che vedere con il mondo dei manga e degli anime e soprattutto con l’Oriente. Anche perché i cartoni animati giapponesi a quell’epoca qui non c’erano e venivano trasmessi solo sulla tv giapponese! Ma mi fa strano immaginare per assurdo che avrebbero potuto essere i cartoni della generazione di mia madre e di mio padre o al massimo di quella successiva anziché della mia, se dovessimo tener conto soltanto della loro età e fossero approdati qui in contemporanea con la loro uscita in Giappone, come del resto accade oggi che sono praticamente tutti nuovi di zecca. Ma grazie a internet questo non avviene soltanto nel mercato degli anime.

Questo non è sinonimo di qualità e non toglie che chi più chi meno, li amerò sempre tutti, se non altro per i bellissimi ricordi associativi che mi riconducono alla parte più bella della mia infanzia.

 

Le sigle

Cos’è che hanno in comune tutti questi famosissimi cartoni animati che hanno scandito il nostro meraviglioso tempo delle nostre avvincenti e gloriose giornate anni ’80 e ’90?

Le sigle, ragazzi! 

Le sigle, guardando il fenomeno da un punto di vista schifosamente imprenditoriale sono state un’operazione di marketing pazzesca! Non lo so se avessero ragionato in questo modo negli anni ‘80 i pionieri dell’anime in Italia, ma se così fosse, sarebbero dei geni.

Una cosa è certa. Le sigle dei cartoni animati ma anche dei telefilm, dei telequiz, dei programmi vari in onda a quell’epoca sono riuscite a fissare per sempre sulla parete della mente e del cuore della mia generazione il poster di un periodo storico eccezionale ed irripetibile di cui tutti oggi più che mai ne sentiamo la mancanza.

Una sigla più bella dell’altra! E forse mi sa che è stata proprio la magia delle sigle a renderli più belli e convincenti ai nostri occhi anche quando erano un po’ più noiosetti. Pensate quello che la musica può fare…lo diceva anche Max Gazzè.

Oggi non è proprio la stessa cosa. C’è anche da dire che le case di distribuzione non sentono più l’esigenza di creare una versione italiana della sigla d’apertura per facilitare la diffusione dell’anime nel mercato italiano, tant’è che il più delle volte viene mantenuta quella originale giapponese.

Memoria dimessa

Children Participate in Annual Training During Kids AT

Da bimbo andavo a messa

per ridere fino a scoppiare

sottovoce,

per ammirare i vetri cattedrale

e per ascoltare

le dentiere degli anziani

che sibilavano preghiere.

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Cibo matto

La maggior parte della gente ha bisogno di nutrirsi di violenza.
E’ normale che ti attacchi in quel modo, verbalmente.
Quel tipo di gente detesta le persone ragionevoli perché la ragione é un veleno per il suo “cibo” preferito, la violenza appunto.
Ma anche per la distrazione.
La pazienza é invece sinonimo di debolezza, per qualcuno.
Per fortuna io, quando non capisco, sto zitto e mi metto a giocare, come da piccoli, quando avevamo già capito tutto.

 

– C. Camaur

Successo

Talenti al vento

lungo le vie di quel che vivo

esempi spenti

leggende oscure

troni vuoti

tanti fanti

Cos’è successo?

Cos’è il successo?

Assistere all’allenamento di una squadra che non si diverte

Mi corrode l’anima pensare a dei ragazzini che giocano e non si divertono. E’ un paradosso. Come un fiore che non sboccia mai.

Tutti gli allenatori che ho conosciuto non hanno mai preso sul serio questo problema.

Sembravano riposseduti…

Nessuno di loro ha mai ammesso le sue colpe…

Nessuno ha mai chiesto scusa…

Nessuno di loro ha mai fatto un solo passo indietro, consapevole almeno di ciò che ha fatto…di quello che ha lasciato

Nessun allenatore si è mai soffermato a pensare che cosa insegnava…che cosa trasmetteva…

E perché cazzo urlava a fare…quelle frasi senza senso, senza senno…mortificanti…controproducenti…

Nessuno di loro mi ha mai spiegato perché volesse vincere a tutti i costi, senza scrupoli…senza riguardo per nessuno di noi…

Ci hanno fatto odiare quello sport…

L’allenatore di una squadra che non si diverte dovrebbe cambiare mestiere o hobby il più presto possibile, prima di fare danni irreversibili…

Vedere una squadra di ragazzini che si arrabbia come i grandi, che recita parti sovrumane con lo scopo di guadagnarsi un posto d’onore, di inserirsi in quell’assurda dimensione degli adulti sbagliati, di farsi accettare dal “supremo” di turno che tratta i suoi allievi come il capitano tratta i soldati di una guerra insulsa e senza fine, mi fa vomitare…

Vedere allenare in quel modo dei bambini che vogliono soltanto giocare, mi intristisce…

È un fallimento di tutti…con troppi precedenti…e che va al di là di ogni risultato appuntato nella loro classifica mentale del cazzo…

Però…

Un allenatore che capiva la responsabilità di quel ruolo…uno solo…l’ho incontrato…mi è capitato

Sì…è stato bello…

Un onore…

Un sospiro di sollievo…

Ma è durato giusto il tempo di un sospiro…

È stato allontanato, dai dirigenti…perché beveva troppo.

Era un alcolista…sì…

Ma lui ci capiva…

Con lui ci divertivamo…

Con lui sorridevamo…

Con lui giocavamo…

Con lui eravamo dei vincenti contenti, nonostante i risultati…

E tra tutti quelli che ho incontrato vi assicuro che era il più sobrio.


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“Il verso del cane” è la nostra voce interiore. Siamo noi, che nel frastuono delle opinioni altrui, nei faccia a faccia con le nostre scelte interiori quotidiane permettiamo che la voce del cuore venga soffocata dalla paura mentre cerca invano di rivelare la semplice verità. Nessun altro meglio del cane rappresenta la solitudine dell’individuo, complice e ostaggio dei suoi (apparentemente) simili. Dedicato al mio primo cane, grande poeta e grande amico, Bubu.

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