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È tutto nella mente? Cosa ne pensi?

 

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Ieri notte ho sognato il mio primo cane, Bubu, scomparso il 23 ottobre di 5 anni fa.

Posso definirlo un sogno ricorrente, ma non troppo. Mi capita forse ogni tre mesi.

In pratica lui è vivo, sano, bellissimo e sembra non avere un’età. Tutto appare dannatamente reale ed è come se in questo sogno io mi risvegliassi da un incubo. Come se la sua morte fosse stata soltanto un’illusione, un male passeggero. Come se il tempo non esistesse e fosse parte dell’illusione.

Ci facciamo le coccole per tutta la durata del sogno, poi all’improvviso, puff…tempo scaduto. Come se nulla fosse successo.

Oppure, guardando il bicchiere mezzo pieno: è come se io e lui avessimo trovato una dimensione alternativa ed onirica in cui incontrarci, dato che il mondo reale non ce lo permette.

Non so che cosa pensare. Non so nemmeno perché voglia condividere questo pensiero online. È che dopo un sogno del genere ti restano in testa delle domande che molti nella storia della filosofia si sono già posti e che non troveranno mai un’unica risposta. Soltanto delle interpretazioni.

Faccio fatica a capire se un sogno del genere sia solo frutto di una suggestione. Che è anche una visione maledettamente terrestre, egoistica e poco fantasiosa.

Vorrei capire che cos’è il tempo, qual è la sua vera dimensione.

Vorrei capire qual è il confine tra la mente e tutto il resto.

A te è mai capitato? Cosa ne pensi?

Una buona occasione

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E’ passato già più di un mese dalla sua dipartita.
E oggi è la Festa del papà.
Sarà pure una festa commerciale, come la maggior parte delle festività sul calendario ma a volte ricordare fa bene e una ricorrenza può venire in aiuto quando il nostro tempo scappa, inseguito dalla quotidianità, dalla routine.
Oggi quindi cogliete l’occasione per abbracciare vostro padre, senza timori, senza rimorsi, perché anche se possono sembrare parole banali, che lo vogliamo o meno, siamo sangue del suo sangue, e un mese fa questo sentimento l’ho percepito come non mai.
Fatelo finché l’amore è tangibile, finché tutto è possibile!
Peace.

Questo bullismo

cyberprzemoc-svgOggi si parla del bullismo come di “un nuovo fenomeno di massa, un virus pericoloso che si sta espandendo a vista d’occhio”.
Il bullismo è sempre esistito.
L’unica differenza è che oggi finalmente SE NE PARLA.
Gli anni ’80 e ’90 sono stati anni tremendi, a livello di bullismo.
Chi li ha vissuti può confermare quello che sto dicendo. A scuola, per le strade, pugni, schiaffi e sputi erano all’ordine del giorno. Alcuni angoli del mio innocentissimo paesino collinare era meglio evitarli…
Nei parchi giochi, stravaccati sulle panchine potevi tranquillamente incontrare gruppi di ragazzi e ragazze pronti ad aggredirti per un niente, giusto per passare il tempo, anche solo verbalmente, senza un motivo vero e proprio. Ricordo molti miei compagni di scuola che erano quotidianamente nel mirino di certi gradassi e nonostante questo fosse evidente, non si sentiva quasi mai parlare di denunce, di vie penali, a differenza di oggi. Inoltre non esistevano i cellulari e nessuno girava per le strade e nelle scuole con una fotocamera in mano, pronto a riprendere qualsiasi minchiata.
Insomma era un argomento poco discusso, affrontato forse con troppa leggerezza.

Ma non è un fenomeno del momento. Oggi è solo più semplice raccogliere le prove e discuterne attraverso i media, condividendo, passando parola.

Si può dire quindi che l’arrivo di internet per molte vittime del bullismo sia stato una manna dal cielo, per altre invece soltanto un altro mostro da combattere, un nuovo luogo non fisico in cui tenere gli occhi bene aperti. Difatti alcuni tipi di abusi hanno trovato nuova vita online (dando luogo così al cyber-bullismo) dove il bullo può ottenere notevoli risultati con più facilità rispetto alla realtà, stando comodamente sul divano all’interno delle proprie quattro mura.

Citazioni fighe:

Primo maggio. Festa del la…?

Il concetto di lavoro sta cambiando. Siamo in una fase intermedia tra un’utopica speranza di un lavoro fisso ancora fissa in testa e quella di un’idea di lavoro futuristico più indipendente, più individuale, sicuramente ancora poco chiara e convincente perché in fase embrionale ma per certi aspetti spesso più conveniente rispetto all’offerta in circolazione.
Dobbiamo chiederci una volta per tutte se sia davvero il caso di attendere un cambiamento ad opera di qualcuno che magicamente compaia dal nulla e risolva i problemi o se non sia invece giunto il momento di prendere per lo meno atto del fatto che nessuno tra i responsabili abbia ancora e avrà mai la minima intenzione (dopo ormai 10 anni di crisi) di ammettere gli errori, di fare un passo indietro, di proporre con i fatti una soluzione alternativa, di ricollocare l’essere umano al centro di ogni questione economica.
Questa fase intermedia caratterizzata dalla crisi economica, nella disgrazia, è se non altro un’occasione irripetibile per rimettere in discussione il significato che diamo a termini come vita, spiritualità, buon senso. Se non lo fanno i diretti responsabili e sostenitori del tanto amato progresso non vuol dire che non dobbiamo farlo noi, non dobbiamo cadere nella trappola del terrore e della spread-dipendenza.
Oggi bisogna riconoscere che il passato è stato migliore perché ci illudeva di sapere cosa fare della nostra vita, dimenticandoci così di occuparci della nostra parte interiore, quella spirituale, senza la quale un essere umano smette di esistere.
E così è stato. Tolte quelle illusorie certezze siamo rimasti sguarniti, come se ci avessero tolto il pavimento sotto i piedi, siamo precipitati in un abisso senza via di fuga, privo di umanità e di quell’illusoria identità che ci garantiva anche un po’ di autostima. Ormai siamo arrivati al punto da assecondare ed accettare ogni proposta occupazionale, anche la più indecente pur di riaccaparrarci una seppur breve speranza di indipendenza economica che ahimè però finge di arrivare.
Ma noi siamo anima e corpo e soltanto la loro armonica cooperazione è in grado di garantirci una vita degna d’esser vissuta. Se il nostro approccio sociale individuale in questo contesto miserabile, in cui il progresso ed il profitto di pochi stanno al centro dell’universo ci grantisse almeno un po’ di spiritualità sono sicuro che qualcosa di nuovo e sincero prenderebbe forma. Sono sicuro che diminuirebbero anche alcuni tipi di suicidio e di omicidio. La rivoluzione che garantisce un’evoluzione deve nascere dentro di noi e non fuori. Che ci sia il caos intorno a noi è indiscusso. Che ci siano dei responsabili diretti nell’errata gestione politica, economica e sociale non vi è ombra di dubbio. Ma anche noi semplici cittadini abbiamo una responsabilità, dobbiamo riconquistarci quanto meno e quanto prima il nostro piccolo spazio vitale, quello fatto innanzitutto di pazienza e contemplazione, fatto di rapporti sociali veri che vadano al di là della competizione, dell’interesse economico.
O vogliamo davvero diventare delle macchine?

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Cartoni animati giapponesi brutti

Cattura

Sono un appassionato di anime anni ’80/’90 (che quelli della mia generazione chiamavano semplicemente “cartoni animati giapponesi“) ed ero a conoscenza del fatto che alcuni dei più famosi titoli seguiti all’epoca in tv da noi bambini, nacquero in realtà parecchi anni prima.

Ma non credevo così tanto prima!

Fatto sta che l’altro giorno mi è capitato di rivedere una puntata di “Mimì e la nazionale di pallavolo” e sono rimasto letteralmente di merda! Non me lo ricordavo così. Così “di legno”, intendo!

Mi sono chiesto chi caspita riuscisse a guardare una cosa del genere negli anni ’80!!

Quasi tutti! E lo ammetto, pure io lo guardavo ogni tanto. Sinceramente non mi perdevo un solo cartone animato all’epoca, solo che Mimì me lo ricordavo un po’ meglio di così. Da bambino mi sembrava un cartone normale, attuale. I colori spentissimi (ed è stato pure restaurato), la tristezza nei volti dei personaggi, la storia di una stanchezza inverosimile, tempi stramorti, musiche tragiche (a parte la sigla in italiano cantata da Georgia Lepore, che però risale agli anni ’80, quindi non fa testo). Insomma, veramente una brutta impressione. Ha la stessa tristezza e quel sapore amaro dei filmati  girati in Corea del Nord con protagonista Kim Jong-un. L’atmosfera è quella.

E non sono uno snob! Credetemi che ho l’occhio allenato per certe cose vintage. Mi sparo abitualmente qualche vecchia serie, che conservo con amore in un hard disc esterno. E le amo e le apprezzo tutte ancora oggi come un tempo! 

Pochi altri cartoni animati giapponesi sono riusciti a farmi rimanere così di merda. Un altro esempio è “I bon bon magici di Lilli“. Stessa cosa. Inguardabile.

Così sono andato alla ricerca dell’anno di nascita di entrambi gli anime e ho scoperto che Mimì e la nazionale di pallavolo è del 1968!!!

Vi rendete conto?? L’epoca degli hippy!

E’ nato quando mia madre era ancora la bambina di sua madre! Cioè quando aveva all’incirca tredici anni! Pazzesco. Altroché “i cartoni animati della mia generazione” come ripetiamo continuamente!

I tempi sono cambiati, c’è una nuova percezione sia del Giappone che degli anime oggi. All’epoca il Sollevante era un paese molto più “distante”.

Però se trasferiamo mentalmente lo stesso fenomeno a tempi più recenti ci accorgiamo che tutto sommato anche oggi funziona un po’ così, se prendiamo qualche titolo più recente. Cioè per esempio “Dragon Ball” non è così nuovo come appare eppure la maggior parte di voi avrà seguito con ardente passione le sue puntate dal 1999 in poi, da quando praticamente fece il botto su Italia Uno. E sono sicuro che pochi si sono chiesti quale sia in realtà il suo anno di nascita dando per scontato che fosse una novità. La prima stagione di Dragon Ball risale al 1986! Poi quelle successive chiaramente sono un po’ più recenti. C’è da dire che in Italia la prima stagione fece capolino nel 1989 ma non riuscì nemmeno a sfiorare il successo che ottenne appena dieci, quindici anni dopo. Quindi voglio dire, se per esempio paragoniamo il successo di “Mimì e la nazionale di pallavolo” a quello di “Dragon Ball” i conti in qualche modo tornano. Ovvero Mimì che nasce nel ’68 arriva da noi appena nell’81 e raggiunge l’apice della sua fama negli anni successivi a suon di repliche su repliche. Dragon Ball nasce nell’86, da noi arriva in avanscoperta tre anni dopo ma in realtà spopola appena nel ’99. Quindi forse è soltanto l’idea che appartengano agli anni ’60/’70 che mi fa così impressione.

I bon bon magici di Lilly” nacque nel ’70 e dunque come per Mimì, riesco a spiegarmi le ragioni della sua bruttezza e della tristezza che mi trasmette.

Eppure a quel tempo li guardavamo come pazzi. 

E “L’uomo Tigre“?? 1969!!! Sì! Pure lui è vecchierellissimo! E un po’ lo si nota dai: i dettagli quasi non esistono, le movenze dei personaggi sono rigide, l’atmosfera che si respira è abbastanza cupa, piatta e sguarnita! Eppure mi pare meno brutto di Mimì e di Lilly perché forse la sua trama e i suoi personaggi mi sembrano un po’ più grintosi, coinvolgenti ed interessanti.

Come del resto anche il tanto amato Rocky Joe, forse il mio cartone animato preferito!

Lui risale al 1971 (la versione manga invece nacque già nel 1968!)! Quindi che parlo a fare?

Ma sì, sono gli anni ’60 che nella mia mente vengono associati a qualcos’altro che non ha nulla a che vedere con il mondo dei manga e degli anime e soprattutto con l’Oriente. Anche perché i cartoni animati giapponesi a quell’epoca qui non c’erano e venivano trasmessi solo sulla tv giapponese! Ma mi fa strano immaginare per assurdo che avrebbero potuto essere i cartoni della generazione di mia madre e di mio padre o al massimo di quella successiva anziché della mia, se dovessimo tener conto soltanto della loro età e fossero approdati qui in contemporanea con la loro uscita in Giappone, come del resto accade oggi che sono praticamente tutti nuovi di zecca. Ma grazie a internet questo non avviene soltanto nel mercato degli anime.

Questo non è sinonimo di qualità e non toglie che chi più chi meno, li amerò sempre tutti, se non altro per i bellissimi ricordi associativi che mi riconducono alla parte più bella della mia infanzia.

 

Le sigle

Cos’è che hanno in comune tutti questi famosissimi cartoni animati che hanno scandito il nostro meraviglioso tempo delle nostre avvincenti e gloriose giornate anni ’80 e ’90?

Le sigle, ragazzi! 

Le sigle, guardando il fenomeno da un punto di vista schifosamente imprenditoriale sono state un’operazione di marketing pazzesca! Non lo so se avessero ragionato in questo modo negli anni ‘80 i pionieri dell’anime in Italia, ma se così fosse, sarebbero dei geni.

Una cosa è certa. Le sigle dei cartoni animati ma anche dei telefilm, dei telequiz, dei programmi vari in onda a quell’epoca sono riuscite a fissare per sempre sulla parete della mente e del cuore della mia generazione il poster di un periodo storico eccezionale ed irripetibile di cui tutti oggi più che mai ne sentiamo la mancanza.

Una sigla più bella dell’altra! E forse mi sa che è stata proprio la magia delle sigle a renderli più belli e convincenti ai nostri occhi anche quando erano un po’ più noiosetti. Pensate quello che la musica può fare…lo diceva anche Max Gazzè.

Oggi non è proprio la stessa cosa. C’è anche da dire che le case di distribuzione non sentono più l’esigenza di creare una versione italiana della sigla d’apertura per facilitare la diffusione dell’anime nel mercato italiano, tant’è che il più delle volte viene mantenuta quella originale giapponese.

Dalla Corea con furore: una riflessione sul rispetto per la vita…e per la morte

대호

Come ogni anno anche quest’anno a fine aprile a Udine è tempo di Far East Film Festival, la più ricca rassegna cinematografica dell’Estremo Oriente in Europa.

Quest’anno si è partiti con The Tiger, del regista e sceneggiatore coreano Park Hoon Jung. E direi che si è partiti molto ma molto bene.

One word: Capolavoro.

Non sono un critico cinematografico quindi non mi azzardo a descrivere particolari tecnici che non conosco. Mi baso sempre e soltanto sulla mia percezione sensoriale, su ciò che un’esperienza mi trasmette.

 

Nelle righe che seguono non spoilero assolutamente nulla del film quindi puoi continuare a leggere tranquillamente! 😉

 

Choi Min-sik  (protagonista principale nel famoso film Old Boy) è un esperto cacciatore che viene ingaggiato dal governo giapponese (siamo nel 1925 e la Corea è sotto il controllo del governo giapponese) per cacciare l’ultimo esemplare di tigre coreana con lo scopo di colpire a morte l’anima del popolo sottomesso distruggendo un simbolo di fierezza. Più tardi si scopre che per il cacciatore quella tigre è molto più di questo. Difatti i due protagonisti principali (il cacciatore e la tigre), avversari nel crudele rapporto naturale preda-predatore (in cui non si capisce bene chi tra i due sia la preda e chi il predatore)  si conoscono più di quanto sembra e i loro ruoli contrapposti (ma sostanzialmente identici) passano in secondo piano quando dopo una lunga battuta di caccia estrema e disumana dai toni quasi bellici, entra in gioco un sentimento di compassione reciproco, un profondo senso di rispetto che mi ricorda lontanamente quello di Bruce Lee nei confronti dell’avversario (Chuck Norris) dopo averlo battuto nel celebre duello all’ultimo sangue nel Colosseo in “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”; un gesto di riconoscenza che prescinde dall’appartenenza ad un regno specifico e che eleva The Tiger sotto il profilo stilistico e narrativo. Tutto questo unito a scenari mozzafiato compone un film veramente intelligente che non si impegna per levarti la lacrima a tutti i costi e in cui non vi è traccia di speculazione sentimentale. Anche il ritmo altalenante che alterna quiete estatica a truce violenza mi è piaciuto e mi ha tenuto “sveglio” fino alla fine.

E’ un film che parla attraverso altri (e soprattutto alti) codici di comunicazione, attraverso i quali si decide anche il gran finale (e davvero un gran, gran, gran finale).

 

Il punto

“La morale della favola” non da per forza ragione a nessuno, né all’uomo né all’animale, anche se spera di essere un’occasione di riflessione per noi sciagurati esseri “superiori” nella gestione dei rapporti umani. Ci sono delle regole naturali del regno umano come in quello animale che forse sono le uniche che possono funzionare per assicurarci una convivenza più che dignitosa, tra due regni molto diversi tra loro ma che nel profondo hanno molti punti in comune, come l’esperto cacciatore e la tigre del film in questione.

Dal mio punto di vista non lo so se si potrà mai fare a meno di uccidere in questo mondo. Non lo so se ci sia mai un motivo valido per farlo. Così su due piedi ovviamente direi di no. Allo stesso modo non credo che ci sarà mai un giorno in cui ad un certo punto diventeremo tutti pacifisti. Sarebbe bello, ma non credo nell’ipotesi di un mondo perfetto. Non mi fido nemmeno di chi lo desidera e pretende che i suoi simili si allineino a questa idea, attraverso dimostrazioni di gruppo i cui membri, che predicano in coro e si sostengono a vicenda in nome di una questione importante, singolarmente nella loro quotidianità, nelle scelte interiori personali presentano più ombre che luci.

Citando l’ultimo intervento di Saviano, che vale in ogni ambito: “Non credo in quella giustizia in nome della quale vengono fatti i peggiori crimini”.

Io credo in una giustizia superiore che non è quella di un dio buono che porta pace e serenità in tutti i cuori ma che è quella della natura, di un’etica superiore che c’è per forza, in cui ogni uomo dovrebbe riconoscersi e credere spontaneamente perché si basa sul buon senso, sull’amor proprio, sulla pietà e sulla compassione, da cui nasce il senso di rispetto nei confronti della vita. E se nella vita di un uomo mancano questi valori allora la sua vita non ha senso.

 

In conclusione

Un film da vedere e da aggiungere alla propria videoteca personale!

Nessuno si astiene. Tutti votiamo

VOTE DIFFERENT

Sei andato a votare l’altro giorno? Sì? Bravo. Ora puoi sederti nuovamente davanti alla tv a ridere alle battute di quei “mattacchioni” di Merd in Sud e di Striscia l’Immondizia. Puoi continuare a seguire quei programmi demenziali con tribune elettorali (citando Battiato), puoi metterti una volta per tutte in panciolle e decidere chi far rimanere sull’isola! O se di fronte a questo merdaio rimanere sulla penisola un minuto di più anziché partire verso una chimerica speranza di futuro per te e/o per i tuoi figli.

Tanto, il tuo l’hai fatto.

Ora che hai votato democraticamente per un mondo più solidale puoi continuare ad ingoiare dalla noia e dalla rabbia con quell’imprudenza che ti contraddistingue quei prodotti alimentari industriali che ami tanto vuoi per il sapore, per il colore della confezione o per la viralità del suo spot che pulsa nel tuo cervello da questa mattina, e a ringraziare il Cielo che la tua squadra del cuore abbia vinto anche domenica.

Infondo non sei solo! Non vorrai mica fare il bastian contrario? A tutti piace il calcio! A tutti piace la tv! Quant’è comoda la poltrona davanti alla tivù col suo bel telecomando! Io ne ho tre, di telecomandi intendo. A tutti piace andare al supermercato e riempire il carrello! C’è ancora chi lo fa! Nonostante la crisi! A modo suo, ma lo fa. Entra in uno di quei bei discount che abbondano di scaffali, corsie e prodotti di sottomarca e riempiono il carrello con il ghigno di chi è più furbo di te, di chi te l’ha fatta sotto il naso, di chi ha risparmiato un sacco di euro alla faccia di chi gli vuole male!

Infondo, riempire il carrello da l’idea di non essere così tremendamente poveri. Avere il frigo pieno (non si sa di cosa ma l’importante è che sia pieno) trasmette tranquillità. Puoi guardare i tuoi programmi preferiti con qualche certezza in più, con la certezza di non rimanere mai con il becco asciutto mentre ridi o piangi bello comodo sulla tua poltrona preferita!

Infondo è quello il posto che ci hanno assegnato. E’ lì che noi scarichiamo tutte le nostre ansie e le preoccupazioni quotidiane. E’ lì che ci diamo la buonanotte prima di sognare vite parallele e ricominciare un’altra inutile giornata.

Per quanto tempo resisterai?

Ma torniamo a noi, altrimenti si finisce per pensare.

Ora che hai fatto la tua parte al seggio, puoi ricominciare a vivere la tua vita di sempre, fatta di lamentele pressoché comuni a tutti quanti. Questo ti conforta. Infondo se tutti si lamentano, un motivo ci sarà! Significa che il tuo problema è reale, e non solo, se poi viene diluito tra la gente, vale a dire i tuoi colleghi, i tuoi amici e i tuoi parenti diventa un problema di tutti, diventa anche meno pesante per la tua coscienza, che ha ben altro a cui pensare!! No?

Si sa: mal comune, mezzo gaudio.

Mah…

Ora che hai votato puoi continuare ad andare a messa la domenica e a tradire il partner anche soltanto con gli occhi perché è colpa sua se ti fa soffrire e se sull’altare ti ha convinto a “votare sì”.

L’importante è che prima di tutto la colpa sia degli altri. Poi in caso si vedrà.

– “La colpa è dello Stato!”

+ E chi è lo Stato?

– “I politici”

+ Ah… Non noi?

– “Ma noi che potere abbiamo? Tanto fanno quello che vogliono…”

+ Sono d’accordo che la politica faccia il possibile per renderci la vita difficile ma questo non significa che noi dobbiamo rimanere a guardare, lamentandoci tutto il giorno per decenni e decenni, da decenni e decenni. Ti rendi conto che mio padre sono decenni che sbraita davanti alla tivù allo stesso modo, con le stesse parole, contro le stesse persone senza aver mai tentato di cambiare il suo punto di vista, la sua giornata tipo, senza aver mai tentato di realizzare un suo seppur piccolissimo sogno, tipo che ne so, restaurare i mobili? A lui piace! Ora è in pensione, potrebbe farlo, e invece fa la stessa vita di sempre solo con qualche ora di sonno in più, aspettando un’utopica ricompensa per il culo che si è fatto per tutta la vita.

– “Beh, pover uomo, vorrei vedere te! Se la merita una ricompensa!”

+ Sono d’accordo! Ma lui lo sa benissimo di che pasta è fatta la maggior parte della gente che siede in Parlamento e che quella ricompensa tanto sperata, sotto forma di chissà che cosa non arriverà mai. Si può usare un alibi del genere per continuare a frignare e ad abbandonarsi al telecomando e al divano? Oltretutto questo tipo di vita non lo rende sereno. Glielo leggo negli occhi e me lo fa sapere quando si arrabbia inutilmente per una macchietta sulla tovaglia. Lui crede che il cambiamento dovrebbe arrivare da fuori. Rivuole indietro gli anni ‘80, i ‘70 e cose del genere.

– “Beh erano anni d’oro, è comprensibile che lui la pensi così. Vorrei vedere te. Ma poi scusa, lui ha fatto il possibile per darti il pane con cui sfamarti e tu lo tratti così?”

+ Ecco lo sapevo che prima o poi saremmo arrivati a questa conclusione…Intanto sono d’accordo che gli ‘80, nonostante fossi molto piccolo, per alcuni tratti fossero anni decisamente meno spaventosi rispetto a questi. Forse economicamente si stava meglio, ma allo stesso tempo erano anni di sprechi assurdi alla faccia della miseria, senza criterio, senza un minimo di buon senso. Stiamo pagando oggi quegli sprechi. Non è soltanto colpa della crisi e dei signori del male. E’ colpa del pressapochismo umano in generale.

E poi io lo dico per lui! Non sputo sul piatto in cui mi ha fatto mangiare! Lo ringrazio per tutto quello che non mi ha mai fatto mancare ma il punto è un altro! Vale per tutti! Non solo per mio padre! Prendo mio padre come esempio perché lo conosco meglio del tuo! Potrei parlare di mille migliaia di persone che ragionano allo stesso modo. E’ questo che mi preoccupa. Il fatto che mia madre e mio padre abbiano creato il nido d’amore in cui sono cresciuto non fa di loro degli eroi. Gliene sono grato, sia chiaro, li amo, a prescindere. Mi hanno messo al mondo e mi hanno sempre fatto trovare il famoso pane quotidiano, ma questo non da a loro il diritto di pretendere che tutto intorno funzioni solo perché un giorno hanno deciso di stare insieme, di mettermi al mondo ed amarmi. Allora giustifichiamo la condizione di tutte le famiglie del mondo. Famiglia = Dio? Soltanto perché si parla di matrimonio, di prole, ecc? Sono liberi di essere ciò che credono. Il problema è che sono i primi a non sentirsi liberi di essersi espressi come avrebbero voluto e spesso rigettano le loro ansie e i loro vuoti su di me o su chi non c’entra con queste loro mancanze individuali. Che poi se gli chiedi cosa avrebbero voluto diventare non sanno darti una risposta certa perché non si sono mai soffermati troppo a pensare, ad interrogarsi sulle loro inclinazioni, a mettersi in gioco per capirlo. E non sono così vecchi. Il problema è che non ci provano nemmeno. Non ci hanno mai provato. E’ vero, erano anni diversi, prosperosi in confronto a oggi, le risorse disponibili abbondavano, potevi reinventarti quando volevi. Non si sentiva il bisogno di rifugiarsi in se stessi per poter respirare e allontanarsi da questa fretta perpetua che caratterizza quest’era senza meta. Però, anche continuando ad accusarsi a vicenda di non aver fatto abbastanza l’uno per l’altro e a prendersela con chi c’entra relativamente poco nelle loro scelte di vita mi sembra inutile e patetico dopo tutto sto tempo. A sentirli, sembra che ognuno di loro abbia dato il meglio su questo pianeta sacrificando le proprie inclinazioni per formare una famiglia e dedicarsi all’amore verso il prossimo. Dovrei commuovermi? Capisci perché in tv funzionano i vari Moccia e le Marie di De Filippi?

Perché ti lamenti se non fai niente per risolvere il problema che sta alla radice?

Questa è la mia domanda.

Tutti, come i miei genitori sentiamo il bisogno di fare qualcosa che ci rappresenti individualmente. Ma la maggior parte di noi preferisce distrarsi andando in palestra o frequentando gruppi di qualcosa, giusto per cambiare aria e sentirsi parte di un nucleo diverso da quello famigliare che ci regali l’illusione di essere padroni della nostra vita e delle nostre scelte. Ma queste sono distrazioni e non rivoluzioni. Dirai: meglio di niente. Ma la situazione non cambia se ti distrai. Il problema rimane alla radice. Non lo estirpi con la distrazione. La distrazione ti aiuta solo a non pensare momentaneamente al problema. E’ un po’ troppo comodo direi. Per quanto durerà? E’ come quando hai il mal di testa e decidi di prendere la pastiglia per combattere soltanto il sintomo. Va bene, quello si chiama antidolorifico, una sorta di droga che si occupa del sintomo e non del male alla radice. Io vorrei capire il perché del mio mal di testa e fare in modo che non ritorni. Voglio estirpare il male alla radice. La maggior parte di noi invece si limita ad occuparsi del sintomo del proprio malessere.

I miei genitori si sono abituati ormai a ribellarsi anche alla più stupida mancanza d’attenzione, a pretendere sempre qualcosa l’uno dall’altro, a passarsi automaticamente la colpa appena qualcosa non va. Questo perché hanno raggiunto un’età in cui ognuno dei due sente più che mai l’esigenza di stare in pace, farsi gli affari suoi senza nessuno tra i piedi pronto a stravolgere i suoi piani e ad attaccare suoi gusti. Poi i loro punti di vista si dividono e non si incrociano per ore ma in qualche modo finiscono sempre per sopportarsi e proseguono il loro cammino accumulando cocci sotto il tappeto.

Ci sono cose che si possono evitare, prevedere. Non tutto, non dico tutto. Non si può vivere senza commettere errori. Non fidarti mai di chi non commette errori.

Non potrai prevedere la moda, i cambiamenti di costume, ma le scelte che fai tu, quelle sì. Almeno quelle.

Certo, dipende molto anche dalla condizione in cui nasci, cresci. Sarà più o meno difficile, ognuno ha i suoi problemi ma se hai un obiettivo, a prescindere dalla condizione di vita, da cui comunque dovresti cercare il modo per uscire, se sai quel che vuoi o per lo meno che ti farebbe vivere meglio di così perché rinunciare ad inseguire quella meta fin da subito? Bisogna anche sapere cos’è che ti farebbe stare meglio però. E non parlo di acque termali e cose del genere ovviamente. Occorre esplorarsi. Perdere tempo per trovarsi.

Lo sai che il mondo è pieno di outsiders che hanno seguito i loro sogni uscendo da situazioni umanamente impossibili?

Sono stati fortunati?

Certo, la fortuna aiuta. Il caso. A volte anche la scelta più stupida può alterare il futuro di una persona, ma io credo che siamo noi a creare le condizioni affinché la fortuna bussi alla nostra porta e affinché le scelte che facciamo siano quasi sempre giuste o quantomeno correggibili. Se te ne stai chiuso in casa ad attendere che un passante ti consegni una chance a domicilio allora sì che devi sperare di averne di fortuna. Se cerchi di andarle incontro, non è detto che lei sia lì ad attenderti a braccia aperte ma nella maggior parte dei casi qualcosa succede. Perché la fai succedere. Da cosa nasce cosa. Mettendoti in gioco. Il resto poi viene da sé.

Se frequenti persone che ti portano sulla brutta strada non puoi piangere il morto se poi le scelte che fai finiscono per rivelarsi quasi sempre sbagliate. Facile poi dare la colpa alla sfortuna. Più ci applichiamo per rendere agibile il nostro percorso, più facile sarà superare gli ostacoli.

Il risultato finale non conta. Intendo dire, non sarà per forza la gloria ed il successo, una ghiotta ricompensa finale, una fantomatica mano che ti porge qualcosa sul piatto d’oro, a darti la conferma di aver fatto le scelte giuste. Non è che se fai successo, se ottieni un riconoscimento sei felice e se non lo ottieni non lo sei. E’ come aspettarsi una ricompensa da qualcuno a cui hai salvato la vita. Che in quel caso forse sarebbe un po’ più plausibile perché hai sacrificato la tua. Ma ciò che nella mente ti ha spinto a salvargliela non è stata l’idea di un possibile tornaconto. Hai fatto la cosa che ti è sembrata più giusta.

La ricompensa può darti delle soddisfazioni a livello materiale, può donarti ispirazione e forza d’animo per continuare a fare del tuo meglio ma il punto non è quello. Quanti individui vivono infelici nonostante il loro successo? Il successo può far bene, può far male.

Ma ciò che ti rende sereno è la libertà di scegliere di fare ciò che ti piace, ciò che ha a che fare con la sostanza divina e vitale depositata dentro te, con ciò che sei nel profondo dell’anima. A qualsiasi livello.

Ciò che ti rende orgoglioso di svegliarti la mattina è la libertà di alzarti senza dover rendere conto a nessuno di quello che vuoi fare oggi.

Ci sono persone al mondo che non possiedono nulla a livello materiale e che nonostante tutto sono serene perché possiedono ciò che conta: la libertà di essere se stesse e poter cambiare vita ogni giorno, con l’unica responsabilità di non mentire all’intervistatore che c’è dentro il loro cuore, la famosa voce interiore, pronta a toglierti la maschera e a rinfacciarti chi sei realmente.

E ti rispondono: “Eh eh, facile la vita così eh?”

Ma assolutamente no. Soprattutto in questa parte del mondo in cui la maggior parte di noi spera ancora nel posto fisso e che da domani tutto cambi e torni come prima.

Non è per niente facile perché mentre lavori per sopravvivere alla fame ti devi applicare per capire, se non l’hai ancora scoperto, chi sei realmente nella vita, cos’è che ti fa stare bene. E una volta scoperto devi incamminarti e questa è spesso la parte più difficile, quella in cui devi trovare il coraggio di metterti in gioco, valutando prima le risorse a tua disposizione che ti consentirebbero di intraprendere il nuovo percorso che hai scelto. Ti devi organizzare al meglio prima di cambiare rotta.

– “Quindi tu pensi che tuo padre e tua madre non avrebbero dovuto metterti al mondo per poter fare quel che gli pare?”

Non dico questo. Credo che ognuno nonostante le sue scelte personali possa svegliarsi la mattina e aggiustare ciò che della propria vita non funziona come vorrebbe. E’ chiaro che la creazione di una famiglia complica le cose perché ti sei preso delle responsabilità irrevocabili. Non puoi prenderti e andartene come fosse niente. Certo, c’è chi lo fa. Ma non è detto sia la soluzione più intelligente. Vedi, quando decidi chi metterti in casa devi anche essere sicuro che si tratti di una persona capace di crescere, di accettare i cambiamenti. E tu ovviamente dovresti essere in grado di accettare i cambiamenti di chi ha scelto di vivere insieme a te. E’ una forma di rispetto, comprendere, ascoltare, soprattutto la persona che dici di amare. Perché questo è amare. Capita che uno dei due decida di mandare un segnale al partner per metterlo al corrente, a modo suo, di un proprio cambiamento interiore di cui vorrebbe renderlo partecipe. Spesso questo segnale non viene recepito o viene recepito male perché il cervello contattato in quel momento non è raggiungibile per un sacco di motivi. Vuoi per un’incapacità innata di ascoltare il prossimo, vuoi per il lavoro e alcuni obblighi ed automatismi quotidiani a cui ci si lega che alienano le persone, occorre sapere bene con chi si ha a che fare e con chi si vuole condividere il proprio letto. E’ inutile poi lamentarsi e dire: “non so più chi ho sposato!”

E come si fa a capire prima, tutto questo?

Non è una questione di fortuna. Se tu conosci te stesso, i tuoi limiti, le tue capacità, conosci ciò che ti rende sereno, se non sei masochista mi sembra normale che se decidi di vivere insieme a qualcuno da amare, cercherai qualcuno che non ti limiti almeno sotto alcuni punti di vista fondamentali per la sopravvivenza del tuo vero essere. E tu essendo abituato ad esplorare i meandri del tuo ego e ad ascoltarti, sarai in grado di percepire più facilmente ogni segnale e di accettare un possibile cambiamento da parte del tuo partner. Proprio perché sai che potrebbe capitare anche a te. Se poi non ci si accetta, ci si lascia. Si ha qualcosa di più importante per cui vivere probabilmente. Le proprie inclinazioni, per esempio. Non puoi sacrificarle quelle. Perché a quel punto significa che sei cieco o sei stupido. Perdendo il controllo di ciò che ti rende felice non potrai mai rendere felice la persona che hai deciso di continuare a frequentare a prescindere. Punto. E’ così illogico e così privo di romanticismo il mio ragionamento ? Ma non ti rendi conto di tutte ste coppie insulse che vagano e fingono di amarsi continuamente pur di mantenere i propri status symbol, di non sfigurare tra la gente, con il timore di sentirsi giudicate per non aver seguito uno schema prestabilito da non si sa chi?

La paura dell’opinione altrui va sconfitta. Occorre tenere ben stretto il telecomando della propria vita in mano.

Bisognerebbe imparare anche a lasciarsi. O quanto meno imparare a non sposarsi. Magari a convivere finché alcune esigenze personali non cambiano (in ognuno di noi le necessità personali, le richieste interiori cambiano anche a seconda dell’età). Nessuno ti impedisce di mettere al mondo un figlio. Nessuno ti impedisce di continuare a frequentare il partner al di fuori delle mura domestiche. Nessuno dice che per fare ciò che ti piace devi per forza restare solo. Tra l’altro è anche bello poter condividere un unico percorso verso la realizzazione di due sogni diversi tra loro. Ma prima di fare una cosa del genere occorre aver raggiunto individualmente un certo livello di consapevolezza che ti consenta di comprendere i limiti di ciò che ti piace chiamare amore e che invece spesso si chiama senso di possesso e paura di rimanere soli.

Non si può giustificare il fallimento di tutti coloro che hanno deciso di mettere al mondo un figlio. Sarebbe anche egoistico da parte di un genitore convincersi di aver fallito e di aver rinunciato ai propri sogni per dare amore alla moglie, al marito o al figlio. Un bambino potrebbe anche sentirsi in colpa per essere nato pensando che i suoi genitori hanno rinunciato quasi a tutto per crescerlo.

Dico che non si può essere ciechi di fronte a delle responsabilità che hai deciso di prenderti tu, soltanto tu, con la tua testa. Nessuno ti ha puntato la pistola alla nuca. Non puoi metterti a rubare perché hai quattro figli da sfamare con la pretesa che tutto il mondo ti comprenda e ti regali il cibo. Ad un certo punto chi te l’ha detto di metterli al mondo tutti e quattro? Non è sempre tutto così romantico come sembra. Troppo facile nascondersi dietro i paroloni. Occorre anche andare oltre certi preconcetti disneyani se vogliamo mettere la testa sulle spalle, come ci piace tanto.

Ma ritorniamo a noi! Altrimenti qua si finisce sempre per pensare troppo e a nessuno piace farsi le paranoie. C’è anche chi odia soltanto pensare.

Insomma hai votato, ieri hai faticato tutto il giorno senza essere retribuito, tu fai tutto per gli altri e nessuno fa niente per te?

E’ sempre colpa degli altri. Ma è possibile che lo sia?

Infondo anch’io in questo mio post do la colpa agli altri. A te che fai di tutto per appartenere a qualcosa, per sentirti accettato, per dare un taglio alla tua noia, alla routine, per convincere te stesso che anche se tua moglie non ti ascolta più e tuo figlio si droga, per lo meno sui social network la tua opinione ha un certo peso, viene presa in considerazione e addirittura commentata da qualcun altro che come te cerca il suo momento di gloria, dopo una giornata di merda spesa in litigi, obblighi e lamentele. Quello diventa il tuo unico momento di libertà. Quindi guai a chi tocca la tua opinione.

Non è triste tutto ciò?

Come se non bastasse ci sono i talkshow da cui assorbiamo la linfa ignorante con cui dare il peggio di noi e grazie ai quali ci convinciamo di sapere come va il mondo. Infondo nel nostro paese la tivù è ancora oggi il mezzo d’informazione principale degli italiani.

Ma credi che i social siano realmente un problema oggi? Facebook intendo, soprattutto. Non credi che il problema sia piuttosto legato all’uso che ne fa l’utente, che spesso e volentieri lo utilizza esattamente come se fosse una tivù, con l’aggiuntiva penosa consapevolezza di poter partecipare attivamente a qualsiasi discussione?

Per come la vedo io, si vota ogni giorno.

Le tue scelte interiori si traducono in azioni e quindi in abitudini che modificano il corso della tua vita e soltanto tu puoi puoi decidere quali sono le priorità della tua esistenza.

Infondo è tutta una questione di priorità.

Che posto dai alla tua libertà? Cos’è per te la libertà?

E il lavoro? Cosa sono per te l’amicizia, l’amore? Che valore dai al tempo libero?

Dallo stile di vita che hai scelto di seguire dipende la salute fisica e mentale tua e di chi ti sta accanto. E chi ha deciso di starti accanto è a sua volta responsabile del peso delle sue azioni e di come si riflettono nella situazione famigliare. Finché sono “costretti” a vivere all’interno del nido famigliare, creato dai due membri principali della coppia, i figli non hanno grosse colpe, visto che infondo non sono stati loro a decidere di venire al mondo. L’unica responsabilità dei figli forse è quella di imparare presto a pensare con la propria zucca e a non farsi influenzare troppo dalle idee dei genitori, in modo da avere tutto il tempo necessario per capire quali sono le loro inclinazioni da seguire e sviluppare. I genitori dovrebbero imparare ad essere delle guide e non dei despoti, come spesso accade, ma nemmeno dei rincoglioniti nelle mani ingenue ed arroganti del figlio viziato. Occorre un equilibrio. Un equilibrio che per forza può nascere solo

da una ricerca pregressa introspettiva che consente di trasmettere ai propri figli gli strumenti necessari per poter condurre a loro volta una propria ricerca personale verso le proprie vere aspirazioni. Seguire le inclinazioni dei bambini significa lasciare che crescano secondo le proprie attitudini, lasciargli la possibilità di essere ciò che sono.

E invece il più delle volte i genitori si scordano di essere prima di tutto degli esseri umani, si limitano a fare i responsabili, i gestori della vita dei figli, puntando il dito sulle nuove generazioni, ecc. Si invecchia dentro e succede proprio perché manca quella ricerca individuale pregressa.

Vuoi parlare d’amore? Non chiederti chi sposerai, chiediti prima di tutto se te ne dai abbastanza. Osservati, tieni d’occhio i tuoi automatismi, azioni spesso involontarie che fai per prassi senza un vero perché. Chiediti il motivo per cui prendi una decisione. Cosa ti spinge a farlo. Qual’è il criterio che utilizzi per dire sì oppure no. Chiediti se preferisci la compagnia di qualcuno soltanto per evitare la solitudine. Chiediti che cos’è la solitudine, se esistono vari tipi di solitudine. Non dare tutto per scontato.

E’ difficile vivere così? Certo che lo è se non te ne occupi oggi, lo diventerà.

Se non ti cerchi in questo mondo, in quale mondo ti cercherai?

Meno tempo dedicherai a te stesso e alle tue inclinazioni, a ciò che ti piace fare realmente, più tempo passa. E più passa il tempo e più si accumulano i danni da riparare, i quali prima erano dei sassi da scalciare ed ora montagne da scalare.

Insomma, prima incontri quel tuo io che tanto ti assomiglia e prima avrai l’opportunità di realizzare ciò che sogni, di crearti le condizioni affinché tutto quanto funzioni per il meglio. Niente di più concreto di questo, direi.

Ha senso lasciar marcire le tue aspirazioni nel profondo del tuo cuore accontentandoti dell’ombra dei sogni altrui e di una pizza tra colleghi? Quanto pensi di vivere? Ti hanno detto che la vita non è così lunga come può sembrare?

I sogni che seppellisci oggi un domani riemergeranno dal sottosuolo e in qualche modo te la faranno pagare. Sei tu contro te stesso.

Ora, riguardo le trivelle, io ho votato, e ho votato “sì”, nel dubbio. E non mi sento bravo. Ero pieno di dubbi. Quali dubbi? Beh, non saprò mai se la mia opinione conta veramente come vogliono farmi credere tra più ombre che luci. Non saprò mai se si tratta solamente di fumo negli occhi per illudermi di vivere in una democrazia mentre mi sta crollando il pavimento sotto i piedi. E questi dubbi non valgono solo per il referendum delle trivelle. Il mio era un pretesto per parlare della vita. Valgono per ogni tipo di questione sulla quale il popolo è “libero” di pronunciarsi.

Quando si affronta insieme alla popolazione un tema che riguarda l’ambiente occorre anche un programma politico sincero che parli di energie rinnovabili, che si decida una volta per tutte a fanculizzare i combustibili fossili e a proporre un’idea nuova di futuro, che ahimè non vedo nemmeno all’orizzonte, per ora.

Quello che penso io è che non basta dire stop alle trivelle per cambiare la mia vita e quella degli altri, oggi come oggi. Occorre usare il buon senso nella vita di tutti i giorni, e senza nemmeno pensarci troppo, dovrebbe essere innato in noi quel rispetto verso un’etica superiore.

Che poi l’ambiente, questo misterioso luogo di cui non vengono mai definite le sue dimensioni, la posizione geografica, siamo noi! Siamo noi l’ambiente! Lo volete capire? Siamo noi le discariche abusive! Siamo noi l’aria pura o putrida che respiriamo. Siamo noi il detersivo che gettiamo nel torrente. E’ una questione di rispetto verso noi stessi.

Si tratta di amor proprio. Quello di cui parlavo prima e che conduce la mente e il cuore verso una propria ricerca individuale che ci permette di essere sinceri con noi stessi e con gli altri e bla bla bla. Sono tutti ingranaggi della stessa ruota. Non c’è uno senza l’altro.

Basterebbe che tutti da domani usassimo la bicicletta? Non lo so, forse no, e dubito che tutto il mondo all’improvviso sia disposto a cambiare le sue abitudini e le sue miserie quotidiane, spesso inconsapevoli e imputridite dagli slogan mediatici che speculano su milioni e milioni di vite in nome dell’economia, di un’economia che non rispetta più alcun equilibrio umano.

Possiamo per lo meno imparare a chiederci perché facciamo una cosa?

Se parliamo di salute dico che è inutile continuare ad essere orgogliosamente carnivori o ingordi di alimenti industriali se poi ci lamentiamo dei nostri problemi cardiocircolatori. Ma è altrettanto inutile credere di vivere meglio solo per il fatto che siamo vegetariani, se poi il movimento fisico lo evitiamo per comodità, se il lavoro ci stressa, se la persona con cui abbiamo deciso di vivere ci rende infelici. E’ altrettanto inutile che mangiamo cibo vegano per rispettare gli animali se poi abbiamo paura che il cane sporchi in casa e lo facciamo vivere giorno e notte in cortile a morire di tristezza senza cagarlo mai. E’ inutile essere vegani, accusare di stregoneria chi non è come noi se poi abitualmente utilizziamo un mezzo che inquina alla follia e mette in crisi la nostra etica nonviolenta e solidale. Non è sempre così, ma questa è spesso l’umanità che incontriamo per la strada. Controsensi a manetta.

Ogni discorso è sempre più ampio e più importante di quello che sembra e che vogliono farci credere le chiacchiere da bar sui social.

Non basta un gesto eclatante per migliorare le cose e convincerci che siamo bravi.

Per debellare il male alla radice spesso occorre fare delle scelte radicali, occorre cambiare il nostro stile di vita, riconoscerlo e comprenderlo prima di tutto.

Occorre mettere in discussione tutto il nostro sapere, il nostro presente, il nostro concetto di utilizzo del tempo, il nostro approccio quotidiano ad ogni minuscolo aspetto della vita, senza aver paura di cambiare opinione quando aggiungiamo un nuovo tassello al nostro sapere. Chiederci il motivo per cui al volante della nostra auto decidiamo ad un certo punto di superare gli altri automobilisti rischiando la vita e mettendo a repentaglio quella degli altri.

Credo che il più delle volte quando ci sentiamo minuscoli e indifesi tendiamo a cercare la chimerica consolazione di appartenere a qualcosa più grande di noi con l’illusione di poterlo rappresentare in “totale libertà” e con la misera certezza di essere la voce di uno stesso coro e quindi di non rimetterci la faccia.

Dici che credi nella pace, lo sbandieri ai quattro venti sui social, centocinquanta persone ti mettono il like e poi magari sei il primo che si incazza e cerca la rissa se il vicino parcheggia l’auto dove avresti voluto parcheggiarla tu.

Dovremmo interrogarci in modo più approfondito su quanta coerenza ed ignoranza c’è nelle nostre piccole abitudini quotidiane.

Ognuno è libero di scegliere. E’ inutile che denunci il pressapochismo e il menefreghismo dell’italiano medio nei confronti della politica se decide di non votare, quando magari sei uno di quelli che scaricano i rifiuti in un prato lungo la provinciale perché non avevi tempo. Per fare un esempio banale. Anche questo è politica. Non è che sei giustificato perché hai votato SI al referendum sulle trivelle.

Magari l’astensione dal voto potrebbe essere una delle tante conseguenze della tua pigrizia, ma questo non significa per forza che non rispetti la libertà e la vita degli altri. Magari a differenza di chi vota tu ti impegni in altre piccole iniziative sociali che migliorano la vita di tutti e che nessuno prende in considerazione perché meno chiassose di un referendum popolare o di una grande iniziativa che fa più tendenza.

Chi sei per giudicare le scelte di un tuo simile quando tu magari sei il primo che di fronte a un problema giustifica le sue delusioni e basa ancora le sue scelte etiche su cliché, frasi fatte tipo “gli uomini sono tutti uguali”, “beato chi capisce le donne”, “più siamo meglio è”, scaramanzie e altre scemenza simili che ora non mi vengono in mente. Dovresti pensarci almeno due volte prima di attaccare qualcuno.

Ognuno deve vedersela con se stesso.

Troppo facile incolpare gli altri. Siamo dotati di libero arbitrio e ogni nostra azione quotidiana contribuisce a migliorare o a peggiorare la vita nostra e di chi ci sta intorno.

Non mi fido dei gruppi coatti, nei movimenti che reclutano adepti per “cambiare il corso della storia” perché non mi fido delle persone che non conosco. Non saprò mai esattamente perché ogni individuo all’interno di un gruppo decide di sostenere una determinata causa. Non saprò mai che cosa gli passa per il cuore e per la coscienza, se lo fa per se stesso o per chissà chi o che cosa. A me non basta sapere che lo fa.

Mi fido di chi mi ispira, di chi con poco mi emoziona e mi trasmette sincerità e lungimiranza attraverso il suo stile di vita, del suo approccio alla quotidianità. Mi fido del perché un individuo decide di fare una cosa e di come la fa.

Tutti sappiamo quello che facciamo, ma pochi sanno come e perché.

Perché esisti? Perché ti svegli la mattina e fai quella determinata cosa? E a chi dovrebbe importare di quello che fai? Ognuno di noi dovrebbe essere il leader di se stesso prima di pretendere di esserlo fuori. Ognuno di noi prima di aderire a qualcosa o a qualcuno dovrebbe aderire a se stesso. Ci sono persone come frequenze radio, che intercettiamo senza il bisogno di schiacciare alcun bottone. Ci posizioniamo sulla loro frequenza per sempre perché crediamo nella loro idea, nel loro modo di vivere. Non è un’unica loro azione che ci convince ma l’universo che c’è dietro quella persona, quel cuore e quella mente che generano l’idea che si traduce in azione.

Credo che questo concetto valga per tutto, sia negli affari che nella vita in generale.

Mi fido di chi mi ispira perché riesce a trasmettermi la giusta carica per affrontare la mia vita e a credere in quello che faccio perché se il punto di partenza è un certo tipo di solitudine consapevole, come ho sempre sostenuto, allo stesso tempo è anche vero che una certa collaborazione aiuta a raggiungere più in fretta i propri obiettivi.

Collaboreresti con chiunque pur di raggiungere un certo risultato? Io no.

Mi fido di me stesso perché da quando mi frequento abitualmente riesco a confessare allo specchio dell’anima ogni mia mancanza senza nascondermi nulla. E l’ho imparato sbagliando, spesso giudicando, ma posso fare ancora meglio. Non si smette mai di imparare, come si dice. Quando arrivi al punto in cui non ti sopporti più allora qualche domanda te la devi fare. Devo restare a questo mondo per fare cose che non mi piacciono, continuando a lamentarmi tutto il giorno, prendendomela con il primo che mi capita sotto tiro o faccio qualcosa per migliorare la mia condizione esistenziale e per capire come mai mi faccio schifo e rovino inutilmente la vita degli altri?

Non basta dire “sono fatto così”. Troppo facile ed inutile.

Credo nei gruppi e nei movimenti spontanei che non indossano per forza una divisa o un’etichetta per rappresentare le loro idee. Credo nello sforzo di cambiare ogni giorno me stesso unendomi caso mai a persone che possono aiutarmi a crescere per assomigliare sempre di più alla persona che sono, che posso diventare e che soprattutto mi rende felice e in pace con me stesso nonostante tutto e di conseguenza nei confronti del prossimo.

Credo in un percorso il cui punto d’arrivo non conferma per forza gli sforzi fatti lungo il tragitto, come ho già detto. Credo in un percorso dove la meta è il viaggio in quanto la sua autenticità riesce a regalarmi gli stimoli che mi consentono di procedere verso il gran finale.

Comunque vada sarà un successo.

Se non sono sincero con me stesso, nonostante le mie azioni suscitino il plauso di chi mi circonda, non sarò mai soddisfatto, di conseguenza non sarò sincero con gli altri. Difficilmente mi accontenterò di ciò che possiedo e che non sono diventato e prima o poi questa mia mancanza verrà allo scoperto, quasi sempre nel peggiore dei modi e spesso nel momento sbagliato.

Più tempo lascerò passare senza mai affrontare i miei angeli e i miei demoni e più vuoti si accumuleranno nel corso della mia esistenza. Funziona un po’ come con i debiti con la banca.

Mi fido nella buona volontà di un individuo capace di trasmettermi determinati stimoli, tramite il suo amor proprio e non per l’amore che dimostra al gruppo a cui appartiene, dietro la cui etichetta potrebbe nascondersi di tutto e di più.

Non mi fido di un individuo che prende parte ad un movimento soltanto per riempire un vuoto personale e per cancellare i debiti che ha con se stesso poiché nessun movimento può pagare i suoi debiti al posto suo.

Un gruppo o un movimento sono originali e spontanei quando ogni suo membro è in grado di portare qualcosa di originale attraverso le sue idee, piccole o grandi che siano.

Tutti facciamo qualcosa per noi stessi, per rispondere a un nostro bisogno interiore. Non si tratta di egoismo. Anche quando crediamo di dedicarci al prossimo, in realtà lo facciamo per dedicarci a noi stessi. Quando diciamo “non fare agli altri ciò che non vorresti venisse fatto a te” non significa che tieni più agli altri che a te stesso, ma semplicemente che attraverso la tua percezione del bene e del male ti sei fatto un’idea di come potrebbe sentirsi il prossimo che riceve un certo trattamento e per rispetto nei confronti di ogni essere umano decidi di risparmiarglielo. E capire questo ti fa stare bene al di là di tutto. Hai a cuore la salute degli esseri umani perché credi in un’etica sopra le altre che fa stare bene prima di tutto te e ti consente di vivere in un ambiente sano che segue il tuo esempio. Però che gli altri ci credano o meno in questa etica poco ti importa. Basta che ci credi tu, se ci credi seriamente e spontaneamente intendo.

Lo facciamo per sentirci utili. E’ questo infondo che ci rende felici. Ma è una questione personale. E il fatto di sentirci inutili spesso ci fa entrare in crisi, ci fa conoscere alcuni lati oscuri ed imprevisti del nostro essere, the darkside of the moon, pericolosi ma allo stesso tempo indispensabili per la nostra salute, per raggiungere una certa consapevolezza e quindi indispensabili anche per la nostra crescita interiore. Ma invece di approfittare della crisi personale spesso ci accontentiamo fare qualcos’altro, di una distrazione momentanea, di badare a qualcuno, pur di liberarci momentaneamente dal demone dell’inutilità.

E se ti importa ed agisci per cercare un tornaconto o una qualsiasi gratitudine significa probabilmente che il tuo intento è diverso da quello che appare. Ci sono un sacco di sfumature in ogni nostra azione, potremmo riempire volumi e volumi se adesso stessimo qui ad elencare caso per caso, giudicando il migliore e il peggiore. Fatto sta che nonostante tutto, nasciamo soli e moriamo soli. Disponiamo di una sola coscienza e di un solo corpo. Più tempo dedichiamo alla ricerca interiore, più riusciamo ad essere sinceri con noi stessi. Più diventiamo sinceri con noi stessi e più ci avviciniamo all’essere umano libero che tutti vogliamo incontrare e che il più delle volte invece resta intrappolato nei meandri dell’idea collettività, nei pregiudizi e trova più comodo lamentarsi della propria condizione esistenziale anziché cercare di cambiarla. Più saremo soddisfatti di noi stessi e più saremo in grado di ispirare il prossimo a seguire il nostro esempio.

Questo è il vero amore nei confronti del prossimo.

Questo è il vero insegnamento. L’amore verso noi stessi mette in moto una ruota inarrestabile di soddisfazioni.

Dunque, tutti votiamo. Ogni giorno. Poi i singoli appuntamenti alle urne sono solo una minuscola parte di quel che ogni singolo individuo può determinare attraverso le sue azioni per modificare la propria vita e di conseguenza quella degli altri.

Ogni individuo di fronte ad un problema, nel momento in cui deve prendere una decisione dovrebbe semplicemente pensare a cosa può fare per risolvere quel problema e cosa non può fare. Stilare un elenco delle soluzioni possibili per risolverlo. Tutto il resto non conta. Tutto il resto sono solo pensieri inutili che si traducono in polemiche e stracci di pensieri, ulteriori ansie che sporcano la mente e che complicano il processo cognitivo allontanandoci sempre di più dalla soluzione possibile.

Occorre lucidità.

E’ vero, la vita cambia, spesso ci mette di fronte a scelte difficili da prendere. Spesso sbagliamo e non possiamo essere perfetti. L’importante è affrontare anche gli imprevisti con una certa lucidità, e per essere lucidi occorre essere svegli, che non vuol dire essere furbi ma ragionare attraverso la propria coscienza cercando di valutare la situazione per quello che è senza restare intrappolati nella miseria dei pregiudizi o nella gabbia costruita da chi “alla regia” preferirebbe seguissimo una certa direzione per i propri vantaggi personali.

Occorre dare il nome giusto ai propri problemi. La voglia di stare con una persona non è sempre amore, a volte è paura di restare soli. Che è ben diverso. Voler bene a un cane non significa sempre saper amare i cani o gli animali in generale, c’è chi usa l’affetto di un cane per rimpiazzare l’assenza di una persona o di qualcos’altro. Questo è amore? Non credo proprio.

Nulla va dato per scontato. Non sappiamo mai abbastanza per poter dire di essere sufficientemente adulti.

Occorre imparare a distinguere il bene dal male e non è facile distinguere se ci facciamo persuadere dai troppi input quotidiani che ci distraggono dai nostri veri bisogni interiori.

Quali sono i tuoi bisogni interiori? Solo tu lo puoi scoprire, se vuoi raggiungere una certa serenità mentale e fisica che ti permetta di affrontare con una certa lucidità anche gli imprevisti. Come vedi, metaforicamente parlando, il quadro che ci si presenta davanti è una sorta di catena di montaggio il cui prodotto finale dipende da ogni piccolo passaggio durante il processo di lavorazione. Gli errori sono ammessi lungo il percorso, come già detto e se l’analisi è giusta e di conseguenza sappiamo ciò che vogliamo da noi stessi e la priorità che diamo ad ogni singolo aspetto e bisogno della nostra vita per mantenere viva l’armonia, l’equilibrio tra anima e corpo. In questo modo gli errori saranno un’opportunità per migliorare o la cenere da cui poter rinascere più forti di prima.

Quello che voglio dire è che non dovete sentirvi liberi soltanto quando andate a votare o quando decidete di astenervi.

Prima di occuparci delle trivelle, o di qualsiasi tema di attualità occorre conoscere la quotidianità in cui viviamo, la nostra attualità, le persone che frequentiamo e soprattutto il perché dei nostri comportamenti di fronte alle circostanze della vita.

Questo folle sentimento che

Nella maggior parte dei casi, in una giovane coppia gli opposti si attraggono per carenza di autostima, di auto-conoscenza e per noia. Con il passare del tempo, man mano che la consapevolezza cresce, ammesso che cresca in ogni individuo, chi si basta, cerca un suo simile oppure preferisce stare da solo.

 

Cibo matto

La maggior parte della gente ha bisogno di nutrirsi di violenza.
E’ normale che ti attacchi in quel modo, verbalmente.
Quel tipo di gente detesta le persone ragionevoli perché la ragione é un veleno per il suo “cibo” preferito, la violenza appunto.
Ma anche per la distrazione.
La pazienza é invece sinonimo di debolezza, per qualcuno.
Per fortuna io, quando non capisco, sto zitto e mi metto a giocare, come da piccoli, quando avevamo già capito tutto.

 

– C. Camaur

(S)Comodità

Vale la pena fare ciò che non si ama?
No.
Poi vengono i “ma” e i “però” ma una cosa è certa, a nessuno piace fare una cosa controvoglia.
Nemmeno a chi si autoconvince ogni giorno che la vita debba andare così.
Spesso è semplicemente più comodo
fare qualcosa che non ami piuttosto che analizzarti e cercare di soddisfare le tue inclinazioni.
È la paura che conduce l’uomo a fare certe scelte.

                                      – C. Camaur

Incoscienti eredità

VF01

Seguendo costantemente
per generazioni
uno schema prestabilito, un ideale, un automatismo,
senza mai metterlo in discussione,
senza mai uscire dai binari della prassi per evitare il rischio
di commettere un errore ed essere emarginati,
si finisce per tollerare qualsiasi orma di schiavitù,
anche la più perfida e palese,
trovandole addirittura un significato etico,
convincendosi che nonostante tutto
sia cosa buona e giusta.

Anche il sieropositivo che infetta a random per vendetta.

Che notizie, ragazzi. Sì vabbè, ormai siamo vaccinati, non ci dovrebbe sorprendere più niente. Ma questo non significa che la nostra mente si stia evolvendo e si sia creata un nuovo tipo di anticorpi. Tutt’altro mi sa. È un po’ come quando il fegato si abitua agli effetti devastanti dell’alcol: apparentemente è più comodo, se sbronzarti è diventata un’abitudine ed il fegato ha raggiunto un livello tale di tolleranza che quando ne bevi a secchiate non passi più l’intera nottata come prima a sboccare l’anima, ti senti forte e invulnerabile “finalmente” ma la verità è che il fegato sta andando a farsi fottere lentamente, si sta intossicando e intossicando le cellule.

Io credo che tutte queste brutte notizie che sentiamo quotidianamente, pian piano ci stiano raffreddando a livello sensoriale, emozionale, e stiamo diventando sempre più razionali, calcolatori, ci stiano lentamente trasformando in cyborg pronti a tutto, incapaci di reagire emotivamente di fronte a scene agghiaccianti come quelle di corpi senza vita stesi a terra, che in teoria dovrebbero farci rabbrividire. Ma è la loro cadenza giornaliera a fare in modo che ci abituiamo senza quasi reagire, per chissà quali strani meccanismi mentali. Forse è per questo che sono sempre più in aumento tra noi, coloro che non si fanno molti scrupoli con un coltello in mano davanti alla propria fidanzata o ad un poveraccio per la strada, il cui errore mortale magari è stato quello di non dare la precedenza.

Come si può uscire da questo vortice di negatività?

Dobbiamo restare calmi, cercare a tutti i costi la pazienza, al di là della materia, del denaro, se desideriamo vivere e continuare a farlo per il resto dei nostri giorni, sensatamente e in maniera sana.

Abbiamo smesso di cercare le risposte dentro di noi. I miei nonni a modo loro lo facevano ancora, nonostante tutto. Nonostante la guerra, la miseria.
Questo ci manca. La capacità di cercare le risposte dentro di noi e non attorno a noi, perché appena cerchiamo una risposta veloce all’esterno troviamo la fretta e sua figlia, la violenza. Nient’altro.
Ritrovare la forza per andare avanti nel rapporto tra noi e il nostro spirito, per superare le difficoltà e contagiare di positività e saggezza il prossimo e tutto ciò che ci circonda.
Chi lo deve fare se non noi?
Devi rappresentare il mondo che cerchi, e non fare schifo a tua volta.

Ma come può una persona infetta (contagiata lei stessa precedentemente da un rapporto occasionale), decidere di vendicarsi del danno subìto, infettando decine di ragazzi tra i 15 e i 24 anni per autoassolversi???
Ma stiamo scherzando? Davvero non vi fa nessun effetto una notizia del genere? Negli anni ’80 e ’90 ci saremmo quanto meno scioccati e lo shock sarebbe durato per settimane.
Oggi è tutto così normale.

Siamo ormai talmente soli ed esuli individualmente, per forza di molte cose, che quando ce la prendiamo non cerchiamo un unico responsabile (anche perché il più delle volte non si dichiara) e finiamo per prendercela con l’esistenza intera, che nella nostra mente si presenta come una massa inquantificabile di persone che complottano contro di noi.
Sono brutte malattie. E non parlo dell’aids.

questa è la terza guerra mondiale.se non la vedi è perché si sta combattendo dentro di te,dentro ognuno di noi. (1)

 

Quel piercing triste da paura

Woman_with_hazel_eyes_and_labret_piercing_gazes_at_the_cameraOggigiorno capita, non sempre, ma spesso, che un piercing, il più delle volte facciale, diventi l’unica libertà che una donna sposata o comunque seriamente impegnata possa permettersi. Un palliativo. Quel piercing nella sua mente diventa simbolicamente la sua arma di difesa contro tutto ciò che insieme al partner ha creato e che ogni tanto a fatica riesce a reggere o a riconoscere. E’ un simbolo di “ribellione” un po’ nascosta, intima, personale, e ahimè, probabilmente l’unica ribellione che ha il coraggio di sostenere.

Di notte

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Nei talkshow, nei tg, la sera, la notte, si parla, vagamente di come vanno le cose, di come le cose dovrebbero andare e di come le cose non andranno mai. Perché il senso di giustizia di chi parla e la rabbia di chi segue, accumulata dopo una giornata spesa nel nulla di un’occupazione che non lascia spazio alle emozioni, sempre più precaria o di una disoccupazione colmata dalla noia suprema, si spengono assieme alle luci delle case, al frastuono e al grigiore policromatico della tv, la notte.

APPUNTI DI OGGI:

Riappropriarci del nostro tempo, e quindi della nostra esistenza, è l’unico modo per adattarci reagendo a ciò che sta succedendo attorno a noi, e renderlo migliore.

Parigi…e spiritualità sotto attacco

money, god, religioni, dio, terrorismo, isis

Succedono fatti strani con retroscena complessi e raccapriccianti, tradotti con una tale semplicità da post e commenti sui social, di un putridume e di un’agitazione spesso più penzi dei fatti stessi.

Allah è grande. Cristo è grande. Yahweh è grande. E chi più ne ha più ne metta.

Gli dei ci sono. Ce li abbiamo. Non ci mancano proprio, non vi è dubbio.

Ci battiamo in loro nome, uccidiamo ed amiamo in loro nome.

Del resto succede la stessa identica cosa anche nello sport e nella politica. Le stesse identiche dinamiche.

Non percepite un certo fil rouge devastante in tutto questo tifo (leggi il mio articolo Malati di tifo) costante che miete vittime e promuove atrocità all’ordine del giorno?

Dunque, dov’eravamo rimasti? A “Gli dei ci sono”. Non ci mancano. Soprattutto il “DIO DENARO” sicuramente c’è. Dio denaro c’è! Lo potrebbe urlare anche Guido Meda. E’ il dio denaro che ci fa stare tranquilli, che spesso ci fa e poi ci accoppia. In questo caso ci fa e ci accoppa. E’ lui il dio che ci sorveglia giorno e notte e guida le nostre più umilianti e subdole azioni quotidiane.

Le religioni non ci mancano. C’è un assortimento di dei e religioni che nemmeno al centro commerciale sotto Natale. Ognuno di noi (non guardate me) ne sceglie una e la fa sua.

E’ palese che tutto ciò che vogliamo da una religione, dall’ossessione per una squadra o per un partito, è solamente un bastone “morale”, che ci faccia sentire meno fragili di quel che siamo, ci regga in piedi, perché da soli non ce la facciamo.

Quello che ci serve e che manca ultimamente, a livello mondiale, si chiama SPIRITUALITA’.

-RELIGIONE +SPIRITUALITA’ vorrei che fosse il motto.

La vera spiritualità non sarà mai un bastone perché è sincera e nasce dentro di noi. Non la si trova nelle statuine sui comodini e nei ponti tradizionali tra noi e l’aldilà.

La spiritualità non risiede in un nome o in una bandiera. La materia non vi può far conoscere la vostra spiritualità.

Saremmo noi la nostra spiritualità una volta recuperata dentro, frequentata e conquistata. Noi il nostro dio. La rappresenteremmo, la spiritualità. Senza chiacchiere da bar o da dopo-festival.

Ma che rapporto avete con voi stessi, con ciò che avete dentro e che prima o poi si rivela?

Ci vogliono forza di volontà, autocritica, autoironia, pazienza e umiltà. Non la si trova dietro l’angolo o in tv, la spiritualità.

Dovete muovervi adesso se cercate SERIAMENTE un mondo migliore e una speranza, che sfugge sempre davanti ad immagini abominevoli come quelle di ieri notte da Parigi. L’unica dimensione umana di cui dovremmo sentirci parte è la nostra spiritualità. Quel “mondo migliore” che tanto reclamiamo di fronte alle barbarie è lo stesso mondo che dovremmo rappresentare e promuovere nelle nostre piccole scelte interiori quotidiane. 

Ma come pensate di risolvere tutto schierandovi dalla parte di qualcuno?

Non avete ancora capito chi sono gli imbonitori?

Meditate.

Pace.

CITAZIONI:

“L’evoluzione sociale non serve al popolo. se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero.” (Franco Battiato)

“The revolution will not be televised” (Gill Scott Heron) Continua a leggere ‘Parigi…e spiritualità sotto attacco’

I 10 comandamenti per una vita più sincera e felice

1  – Spegnete la tv

2  – Fate l’amore

3  – Parlate con gli amici

4  – Amate chi suona

5  – Scrivete poesie

6  – Guardate il cielo

7  – Camminate nei boschi

8  – Spegnete i cellulari

9  – Comprate i dischi

10 – Perdete tempo

Pasolini, “un frocio in meno”.

“Un frocio in meno in Italia” si pensava e si diceva così all’epoca, per la strada e in tv, dopo la notizia del ritrovamento del corpo massacrato di Pier Paolo Pasolini.

Io non c’ero, me l’hanno raccontato. “Un frocio insolente, bastian contrario per vocazione, triste, pessimista e per giunta sporcaccione”.

Da quel lontano 2 novembre 1975 sono trascorsi quarant’anni di buio assoluto.

Ogni tanto giusto qualche indizio, qualche sospetto.

Ci hanno spinto in quella solita sala d’attesa in cui abbiamo tutto il tempo per riflettere e capirci niente. Una democrazia vigilata che ci rende partecipi ed ininfluenti. Giusto per tenerci lì, per dimostrarci che in qualche modo lo Stato è presente, che nella fattispecie “si continua ad indagare” e che è davvero difficile scovare questi cattivi sempre così astuti, che non lasciano mai tracce del loro passaggio specialmente se si tratta di vicende in qualche modo vicine alla politica e all’informazione nazionale. Ma è solo “un caso”.

Ed eccoci qui. Oggi finalmente ci dicono la verità su Pasolini.

Già, ma quale verità?

Quella che non da fastidio a nessuno ovviamente. Una mezza verità. Quella che parla della sua integrità morale, delle sue intuizioni avanti anni luce rispetto ai tempi, della sua versatilità culturale, della grande passione per la vita e per l’arte in generale, attraverso la quale cercò di esprimere al meglio la sua insaziabile curiosità nei confronti dei cambiamenti della società italiana. Tutto vero. Sia chiaro.

Fantastico.

Finalmente anche i media confermano in ogni salsa la sua grande umanità e sincerità, come pure la consapevolezza generale di aver perso non soltanto un grande uomo ma un vero e proprio profeta.

Lo possiamo finalmente ammettere?

Certo che possiamo. Tutti possono farlo. Tanto ormai è morto. A chi può dare fastidio una tale notizia?

E quale notizia potrebbe dare fastidio invece?

Senz’altro quella che riguarda la sua morte più che la sua vita.

Il perché e il chi.

Pasolini se n’è andato. Ma le persone che probabilmente sanno qualcosa forse alcune di loro sono ancora vive e magari continuano a ricoprire cariche istituzionali o in qualche maniera posizioni ancora colluse con l’attuale scena politica e di conseguenza aprire il becco significherebbe scandalosputtanamento totale e arresti…quelli forse.

L’omaggio mediatico a Pasolini non è altro che un’ennesima sala d’attesa.

Ci vogliono convincere che l’informazione è sempre più trasparente e democratica e che sarebbe poco furbo coprire certe palesi verità all’epoca di internet dove ormai tutti, chi più chi meno, conosco l’ iconica figura di Pasolini.

Fatto sta che l’inchiesta è chiusa.

E nessuno ha ancora capito chi l’abbia ucciso e perché.

Ma tutto questo è normale? Forse in Italia, sì. Lo è.

Ci basta omaggiarlo.

Qui è sempre tutto normale. Ci si abitua a quel tipo di normalità, di scabrosa mediocrità, di retorica, soprattutto quando a rimetterci sono i più “deboli”. Siamo costretti ad abituarci ad un certo pressapochismo. Come ci hanno da sempre abituato a concepire questa nazione come una democrazia.

Siamo liberi. L’importante è però non oltrepassare i limiti…Pasolini insegna.

E non solo lui. Falcone, Borsellino, Impastato, sono solo alcune vittime di quell’omertosa normalità a cui ci hanno abituato da decenni.

Ma perché poi farsi tante domande, infondo, perché vuoi che l’abbiano ucciso Pasolini? Era un frocio saputello, ecco perché! E pure rompicoglioni! Se l’è andata a cercare!“.

Oggi non si dice più così.

Oggi non c’è bisogno di attaccare pubblicamente le inclinazioni sessuali di un personaggio popolare per infangare la sua immagine. Anzi, finisce che ti scavi la fossa con le tue mani (Vedi Tavecchio).

E’ per questo che non si usa più. Mica perché l’omosessualità sia stata sdoganata! Tu lo credevi!

E’ sufficiente limitarsi ad ignorare.

La società italiana, secondo te è cambiata? Siamo migliorati?

Siamo davvero consapevoli del reale ruolo centrale di Pasolini nella cultura italiana del 900?

Possibile che ancora oggi nessuno faccia un passo indietro?

Come mai nessuno parla? Siamo proprio sicuri che nessuno “sappia”?

L’ennesimo segreto di Stato.

Continuiamo a ricordarlo a livello mediatico, come continuiamo a ricordare tutte le altre vittime innocenti messe a tacere palesemente dalla manovra Stato-Mafia che non ammetterà mai le sue colpe perché ancora oggi agisce sotto falsa identità. Una banda che non uccide più ma che continua a colpire, a coprire e a muoversi nel “sottosuolo sociale” italiano. 

Fa davvero specie che l’omaggio mediatico ai personaggi scomodi sia puntualmente postumo.

Proprio come fa la mafia nei film, che partecipa ai funerali delle proprie vittime, per esprimere il proprio cordoglio senza insospettire nessuno.

Siamo tutti colpevoli.

Briciole (dalla brutta copia del mio prossimo libro)

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“Il verso del cane” è la nostra voce interiore. Siamo noi, che nel frastuono delle opinioni altrui, nei faccia a faccia con le nostre scelte interiori quotidiane permettiamo che la voce del cuore venga soffocata dalla paura mentre cerca invano di rivelare la semplice verità. Nessun altro meglio del cane rappresenta la solitudine dell’individuo, complice e ostaggio dei suoi (apparentemente) simili. Dedicato al mio primo cane, grande poeta e grande amico, Bubu.


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